Milano, 17 aprile 2018 - Cos'ha, un'inquirente donna, di diverso rispetto a un investigatore uomo? Una più sofisticata intelligenza del cuore. E una più penetrante umanità. Lo mostrano tre storie letterarie. A cominciare da “Le spose sepolte” di Marilù Oliva, HarperCollins. Tutto comincia con una baby sitter remissiva in pubblico ma violenta, in privato, con la bambina che deve accudire. E con una donna dagli “occhi neri da lupa” che domina gli intrighi del paese dalla sua Farmachìa Artemisia. Lo scenario è l'Appennino bolognese e soprattutto le vie anguste e le piazze di Monterocca, ribattezzato “la città delle donne” perché sono proprio loro a governare da tempo il Comune, abitato da anime inquiete per antichi misteri. Misteri di morte, di mogli e madri scomparse da anni e i cui corpi vengono fatti ritrovare da un killer che fa confessare e poi uccide i colpevoli di quelle sparizioni. Chi è il killer A indagare è Micol Medici, ispettrice di Polizia, intelligenza pronta a ribaltare l'immagine delle cose. Nulla, a Monterocca, è come sembra. Infatti... La fine va lasciata al piacere del lettore. Qui conta sottolineare la forza della trama e il conflitto tra il buon governo delle donne e la violenza di alcuni degli uomini. Metafora d'una condizione più generale.

C'è un'ombra simile anche nelle pagine di “Mio caro serial killer” di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio. Torna in scena Petra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona, alle prese con un femminicidio: sul cadavere d'una donna “mai sposata, con un piccolo lavoro e una piccola vita”, c'è un biglietto di passione, d'amore incompreso. Altri cadaveri  di donne, altre lettere d'amore seguiranno. Cosa c'è dietro quelle morti E quali tensioni si nascondono, nel bizzarro mondo delle agenzie per cuori solitari Cambiano, i ritmi delle città. E anche i loro segreti. Ma in quei delitti, c'è davvero un serial killer Difficile capire, se non nelle ultime pagine, come finirà davvero. “Sembrerà un bel dramma rusticano”, sorride Petra. L'ironia aiuta a vivere. Ma che succede quando a indagare su un omicidio ci si mette un'intraprendente ragazza, fuori dai canoni della polizia Lo racconta bene Dario Crapanzano in “La squillo e il delitto di Lambrate”, Sem. Milano, 1951, aria frizzante del dopoguerra, preparando il boom economico. Margherita Grande, ragazza bella e intelligente, ma povera, decide d'accettare l'offerta d'una maîtresse, proprietaria d'una elegante casa chiusa in viale Monte Rosa. La vita cambia tono. Un giorno, un delitto. Vittima, un giovane rapinatore. Accusata: la fidanzata. Amica di Margherita. Che, convinta della sua innocenza, cerca di capire davvero cosa sia successo. Case di ringhiera, osterie, ligéra (la mala milanese), officine e cantieri, primi consumi e ricchezze prepotenti. E passioni. Le ricostruzioni storiche e d'ambiente sono molto curate, cariche di fascino. Il noir diventa sapida storia popolare.