Milano, 8 luglio 2018 - Legami di famiglia. E vincoli troppo stretti, intollerabili. Quando si tratta d’una famiglia criminale, dei rapporti perversi tra genitori e figli in una cosca della ‘ndrangheta. “Rinnega tuo padre”, scrive Giovanni Tizian, giornalista sensibile e bene informato, per Laterza. Si possono rompere, le dottrine dell’arroganza, della violenza e del malinteso onore. E sostituire al padre assassino il senso umano della Legge, ridando così ai ragazzi la vita che la ‘ndrangheta ha loro rubato. La Calabria ne offre positivi esempi. Con l’impegno di magistrati che si sono battuti per ottenere la decadenza dalla patria potestà d’un genitore mafioso. Da tante vicende emerge una lezione civile generale, di responsabilità e libertà. 

Ci sono storie di genitori e figli di tutt’altra natura. Come quella raccontata da Jole Garuti in “In nome del figlio”, Melampo, con un’intensa prefazione di don Luigi Ciotti. È la vicenda di Saveria Antiochia, “una madre contro la mafia” e del figlio Roberto, ucciso dai killer mafiosi il 6 agosto 1985 accanto al vicequestore Ninni Cassarà cui faceva, da volontario, la scorta. «Li avete abbandonati», scrisse Saveria, con coraggio, al ministro degli Interni, denunciando l’isolamento in cui erano lasciati gli uomini dello Stato, in quella terribile stagione dei “mille morti a Palermo”. Fu testimone attenta ai processi contro i boss, appassionata organizzatrice di dibattiti e incontri sui valori della legalità che avevano ispirato il lavoro del figlio poliziotto, fondatrice, nel paese d’origine, Sariano, nel Polesine, di una sorta di università popolare dell’antimafia. Resta una memoria d’impegno civile da tramandare. Ci sono altre storie ancora, cui vale la pena di dedicare attenzione e memoria.

Come quella di Emanuele Piazza, soprannominato “il Serpico palermitano”, ricordato da Giacomo Cacciatore, giornalista e scrittore, nelle pagine coinvolgenti di “Uno sbirro non lo salva nessuno”, Dario Flaccovio Editore. Scomparve nel nulla nel marzo del 1990, Emanuele. Aveva 29 anni. Una vita inquieta, spesa lungo le strade tortuose di Palermo. E un mestiere scelto con grande passione, il poliziotto, in una città mafiosa che poco ha amato gli uomini delle forze dell’ordine e tanti ne ha visti cadere, uccisi dai killer. Sulla scomparsa di Piazza apre un’indagine Giovanni Falcone, poco prima di morire. Poi, non se ne sa più nulla. Resta il mistero. Su cui Cacciatore cerca, con maestria di scrittura, di fare un minimo di chiarezza.