Milano, 29 aprile 2018 - Non si può fare a meno dei libri, per nutrire passioni e stimolare coscienza critica, per provare lo straordinario “piacere del testo”. Ne è testimone esemplare Giampiero Mughini, in “Che profumo quei libri” ovvero “la biblioteca ideale d’un figlio del Novecento”, Bompiani. È “un libro in onore dei libri” in tempi in cui l’industria digitale sembra distruggere, con la carta, anche la passione per la qualità delle parole che lì sono state e fortunatamente ancora vengono scritte (si spera, nonostante tutto, per molto tempo). Ed è un elenco molto personale, da bibliofilo che ama i testi, ma anche le “prime edizioni” rare, le copertine, la grafica, i fumetti e i libri di design, di foto e d’arte. Un patrimonio privato che ha grande valore pubblico. Letterario. E morale. Ci sono Pascoli con “Myricae” e “Una vita” di Italo Svevo, non c’è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa ma “I Vicerè” di Federico De Roberto, “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello e “Gli indifferenti” di Alberto Moravia. Un posto speciale ce l’ha “Kaputt” di Curzio Malaparte nella prima edizione di Casella del 1944, con quel titolo così tagliente, duro, definitivo. Si continua, passando dalle immagini del “Covo” dove Mussolini prepara “Il Popolo d’Italia” incubatore del fascismo ai disegni dell’Eur, sfogliando “Arte povera” di Germano Celant e i cataloghi di Alberto Burri e Ugo Mulas, per arrivare alla raccolta di lettere di Bobi Bazlen, straordinario agente letterario, “consigliori” di molti dei capolavori editi da Adelphi e della sua corrispondente Anita Pittoni sulle poesie di Umberto Saba.

I libri, così, hanno un’anima e una storia. Da non dimenticare. C’è un altro originale punto di vista, da tenere in conto. Quello raccontato da Shaun Bythell in “Una vita da libraio”, Einaudi. Tutto comincia nel febbraio 2014, a Wigtown, paesino della Scozia del Sud Ovest, quando Bythell, dimentico dell’ammonimento di George Orwell, decide di comprare una piccola libreria di volumi usati. E, a dispetto d’ogni aspettativa, si ritrova immerso in un mondo movimentato e bizzarro in cui le richieste stravaganti dei lettori s’impastano con le sorprese della vita. Un libro è per sempre, si dice. Con tutte le avventure che scatena, però. Dalle passioni del lettore al mestiere dello scrittore. Ne parla Enrico Franceschini in “Vivere per scrivere”, Laterza: quaranta romanzieri si raccontano, da Bokowsky a Hornby, da Martin Amis ad Hanif Kureishi, da Alan Bennett a Zadie Smith, da Alessandro Solgenitsyn ad Amos Oz. Tecniche e valori. Memorie e letture. Angosce e felicità liberata proprio nella scrittura. A mano, a macchina o con un computer, non importa. Abraham B. Yehoshua parla di romanzo come codice morale. Perché “la letteratura non contiene tutte le soluzioni come guida etica ma solleva tutti, o quasi, gli interrogativi necessari a stimolare la nostra coscienza”. Leggere è un impegno. Buono. E bello.