Milano, 8 aprile 2018 - Noi italiani? Siamo “Ricchi per caso”, per usare il brillante titolo d’una raccolta di saggi curata da Paolo Di Martino e Michelangelo Vasta sulla «parabola dello sviluppo economico italiano», Il Mulino. Dall’unificazione del 1861, nell’arco di un travagliato secolo e mezzo, l’Italia ha raggiunto livelli di ricchezza analoghi a quelli dei maggiori paesi industrializzati. Ma negli ultimi vent’anni la nostra crescita è molto rallentata. E anche la ripresa in corso ci vede buoni ultimi a paragone con gli altri “grandi” della Ue. Perché? Istituzioni deboli e poco efficienti, governi scarsamente lungimiranti, riforme incompiute, gap tecnologici e di ricerca scientifica, formazione del capitale umano inadatta a far funzionare un moderno capitalismo industriale. E un insieme di imprese rimaste piccole, familiste, scarsamente innovative.  Abbiamo conosciuto la stagione del boom economico negli anni Cinquanta e primi Sessanta, con ritmi di crescita del Pil del 5%. Poi, ci siamo fermati. E adesso? Ci sono eccellenze, nell’industria, capace di stare sui mercati globali. Ma il Paese è frenato. Si rischia il declino. A meno che «l’Italia sappia percorrere, stavolta per davvero, la strada giusta verso la crescita economica, con la definizione di una nuova visione del proprio ruolo nell’economia internazionale, a cui fare seguire un’opera di modernizzazione del suo assetto istituzionale e delle sue politiche economiche».

Riformismo, Europa, competitività globale. Sfida davvero impervia. Un’altra indicazione interessante viene dalle pagine di “Nuove imprese” di Filiberto Zovico, Egea, racconto ben documentato su «chi sono i champions che competono con le global companies». Dodici storie di successo, tratte da un elenco di 500 imprese, piccole e medie, che in questi anni sono cresciute con tassi a doppia cifra e in cui le radici territoriali si sposano con una robusta intraprendenza territoriale. Si tratta di imprese manifatturiere, «le più grandi dei piccoli», ancorate in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna soprattutto, forti d’una antica sapienza di sapore artigiano e d’una tendenza a usare in modo originale le innovazioni hi tech. E a investire sulla crescita, anche se di nicchia.

C'è un settore, in particolare, in cui il made in Italy ha ancora una grande forza trainante: quello dell’industria dell’abbigliamento. Lo documenta con competenza Emanuela Scarpellini, storica dei consumi e delle culture materiali, in “La stoffa dell’Italia” ovvero “Storia e cultura della moda dal 1945 a oggi”, Laterza. Nell’Italia della ricostruzione e del boom, gli imprenditori italiani sanno coniugare senso della bellezza e qualità del “saper fare”. Crescono, hanno successo globale. E anche se oggi molti marchi italiani sono nei portafogli di multinazionali finanziarie, in gran parte francesi, lo stile resta. E alimenta ancora una buona industria di notevole competitività internazionale.