Milano, 25 febbraio 2018 - L’Italia è “Un Paese senza leader”, per usare l’efficace titolo del libro di Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, Longanesi. L’immagine in copertina è d’un carrozzone sull’orlo del baratro: incisiva vignetta di Giannelli. Venticinque anni dopo l’inizio della cosiddetta “seconda Repubblica” e alla vigilia di elezioni politiche dall’esito incerto, è tempo di bilanci. Fontana analizza scelte e fragilità del centro sinistra, del centro destra e dei 5Stelle (grazie anche all’originalità di testimonianze dirette dei capi dei tre schieramenti, Renzi, Di Maio e Berlusconi-Salvini) e documenta le riforme mancate e le incompiute risposte alla trasformazioni sociali e civili. L’Italia avrebbe bisogno d’una classe dirigente capace di buon governo e di visione di sviluppo, nel contesto dell’Europa. Peccato che la politica attuale sia sovrabbondante soprattutto di parole. E dopo le elezioni? La speranza finale, con critico ottimismo, è che si farà di tutto per evitare il baratro: “Non può finire così”. 

Per capire come sia comunque cambiato il Paese, ci si può affidare alle pagine di “Nostra incantevole Italia” di Pino Corrias, Chiarelettere. Cronache ruvide e ironiche, che partono dalla strage mafiosa di Portella delle Ginestre, nel 1947 e arrivano ai tempi d’oggi, passando per scandali, terrorismo, crisi politiche ed economiche, festival di Sanremo e innovazioni culturali e televisive, figure politiche di diverso livello, da Moro ad Andreotti. Ci sono aspetti criminali, che segnano la storia. Ma anche scelte animate da spirito civile e senso della giustizia (le proteste dopo le stragi di Falcone e Borsellino, nel ‘92). Difficile, raccontare l’Italia da un solo punto di vista. Si mescolano drammi e “commedie all’Italiana”. Si ampliano i divari tra Nord e Sud. Le attitudini d’intraprendenza si mescolano, come Corrias racconta bene, con insofferenza per la legalità, ribellismo, individualismo familista. L’Italia è un pasticcio. Per leggere, da un altro punto di vista, le trasformazioni e le contraddizioni del Paese vale la pena di riprendere in mano “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, appena ripubblicato da Bompiani. È un classico, quel racconto. Risultato di un peregrinare lungo tre anni, dal ‘53 al ‘56, da parte d’uno scrittore che aveva occhi di mondo (lavoro e vita a Londra e Parigi, un’originale esperienza di reportage negli Usa) e attenzione acuta per le pieghe più segrete della provincia (Mondadori, la prima edizione del 1957). E coglieva, da Bolzano alle saline di Trapani, i cambiamenti d’un Paese che s’era lasciato alle spalle lutti e macerie della guerra e stava costruendo il boom economico, diventando da contadino industriale e da provinciale urbano e metropolitano. Accanto al dinamismo sociale s’intravvedevano anche gli elementi negativi: “Un’Italia aculturale e affarista”. Quei primi anni Cinquanta fanno sentire la loro eco ancora oggi.