DOMANDA:

MIO FIGLIO sfoglia lentamente vocabolari e impiega ore per scrivere a mano. Ma oggi viviamo in un mondo dove tutto è connesso in tempo reale e le decisioni e le azioni devono essere rapide. Non è un controsenso imporre ai più piccoli comportamenti così diversi da quelli che saranno richiesti da grandi? Sabrina, Milano

RISPOSTA:

A SCUOLA non si insegna la lentezza. Si insegna a fare bene le cose e a usare il tempo che ci vuole. Le faccio un esempio: il bambino della primaria che riscrive la prima stesura del tema sul quaderno di bella copia, non fa due volte lo stesso lavoro. Fa due lavori, con finalità e tempidirealizzazione diversi. Ilbambino impara a prevedere quante risorse deve dedicare a un prodotto finale completo e curato nella sostanza e nella forma. Oltre al tempo, la scuolainsegnaaconcludere.Non serve scrivere un capolavoro di letteratura se non lo si consegna in orario. E lasoluzione del problema di matematicaè inutile se la campanella hasuonato e la professoressa è uscita. Un altro punto fondamentale è che la scuola deve favorire l’apertura, sviluppare la flessibilità e preparare a un mondo in rapida evoluzione. È stato così per la nostra generazione: la rivoluzione digitale è stata fatta da chi nativo digitale non è, a vantaggio di chi è venuto dopo. Aggiungo che una importante quota dei millennials farà un mestiere che oggi non esiste.È pertanto cruciale che da giovani abbiano acquisito un bagaglio culturale che consenta loro da grandi di abituarsi al nuovo, all’imprevisto, al non pianificabile. Infine, non si imparaatradurre, arisolvereunproblema complesso o a disegnare in un pomeriggio. Servono regole, consuetudini,metodi,sperimentazioni,esercizi, correzioni, ripetizioni, ripassi e verifiche. È così anche nella vita: un ragazzo che vuole migliorare a battere i calci di punizione sta lì, prova e riprova. Il controsenso è chiedere alla scuola di ottenere tutto e subito, addirittura senza troppo sforzo.