Mattia Mingarelli, trentenne di Albavilla (Co) trovato senza vita a dicembre 2018
Mattia Mingarelli, trentenne di Albavilla (Co) trovato senza vita a dicembre 2018

Chiesa in Valmalenco (Sondrio) - Una seconda richiesta di archiviazione. Dopo quella presentata lo scorso gennaio e respinta dal gip Pietro Della Pona. La Procura di Sondrio riprova a chiudere l’indagine sulla misteriosa morte di Mattia Mingarelli, il trentenne di Albavilla, in provincia di Como, trovato morto sotto la neve la vigilia di Natale del 2018, nei boschi della località Barchi, sulle montagne della Valmalenco. Ma anche stavolta la famiglia del giovane rappresentante di commercio - lavorava per una ditta di Dubino, in Valtellina - si oppone all’ipotesi del tragico incidente. "Le prove, le perizie, le dichiarazioni di Giorgio Del Zoppo, il gestore del rifugio al centro del giallo, le testimonianze del cugino, della mamma del gestore e di altri testi sopravvenuti non collimano con le richieste d’archiviazione", era stato detto in sede di richiesta d’archiviazione.

Il giudice, nell’accogliere l’opposizione dei famigliari, chiese agli inquirenti di risentire i testi, di analizzare con più attenzione la perizia autoptica, di valutare come la scarsa quantità di grammi/litro di alcol nel sangue potesse essere compatibile con quello stato confusionale sostenuto, invece, dagli investigatori per giustificare il fatto che Mattia la sera della scomparsa, il 7 dicembre 2018, abbia imboccato un sentiero sbagliato. Sarebbe scivolato e, nella caduta, avrebbe battuto la testa su un sasso. Un incidente, insomma.

«Quella sera Mingarelli era atteso a cena a 20 metri di distanza sopra casa - ricorda il giudice quando ordina nuove indagini -. Il ragazzo frequenta la zona da lunghissimo tempo, la conosce bene dunque, la sua famiglia aveva lì una baita da 20 anni. I periti confermano il basso tasso di alcol nel sangue. Possibile si sia perso nel bosco, pur non essendo ubriaco e pur conoscendo molto bene la zona? Il rifugista sostiene che quando è uscito, dopo aver bevuto due bicchieri e mangiato qualcosa da un tagliere di salumi in sua compagnia, cominciava a stare male e potrebbe avere sbagliato percorso. Possibile che non lo segue? Non si accorge, quando erano nel rifugio, che comincia a non sentirsi bene? Non si rende conto del volto pallido, che barcolla? E afferma che solo al mattino successivo ha trovato a terra e sul tavolino esterno del suo locale il vomito del giovane, subito ripulito, perché lui, quella sera, sarebbe andato a dormire alle 20".

Poi Del Zoppo, mai indagato, seppure seguito nella vicenda giudiziaria dall’avvocato Maurizio Carrara, la mattina successiva all’incontro con Mingarelli rinviene a terra il cellulare del ragazzo, inserisce la sua Sim, inizia ad armeggiare con il telefonino, riesce a individuare la rubrica e a contattare il padre dello scomparso, ma non gli dice che il figlio la sera prima è stato male, neppure avvisa i carabinieri che nella baita, dove è andato a bussare, non si trova. Mattia ha conati di vomito in conseguenza di un pestaggio? È solo una congettura. O per un’improvvisa congestione? "Vogliamo la verità sulla morte di mio fratello - ha sempre detto la sorella Elisa -. Siamo convinti non si sia trattato di una caduta accidentale. Tanto è vero che in Procura era stato aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio. Riteniamo che qualcuno possa avergli fatto del male".

La ricostruzione della Procura non convince. Presenta tante falle, non solo a parere della famiglia. Cosa succederà ora? Il dottor Della Pona, prossimo alla pensione, a gennaio, fisserà un’udienza con le parti, forse per febbraio. Prima non sarà possibile: il calendario è già pieno. Il caso passerà a un nuovo giudice il quale archivierà, oppure potrebbe decidere l’imputazione coatta per omicidio volontario a carico di qualcuno che individui dalla lettura delle carte. Ma prima serve l’iscrizione nel registro degli indagati. Ora, infatti, il procedimento è contro ignoti. La ricerca della verità sulla morte di Mattia, dopo tre anni, appare ancora in salita.