I Un silos in riva all’Adda per la lavorazione di inerti
I Un silos in riva all’Adda per la lavorazione di inerti

Teglio (Sondrio), 3 giugno 2019 - «Sono sotto inchiesta da diversi anni e la mia vita è diventata un inferno. La sera faccio fatica a prendere sonno, anche se distrutto dalla fatica di una giornata pesante di lavoro, la notte spesso mi sveglio di soprassalto e, in famiglia e con i dipendenti, talvolta mi arrabbio per un nonnulla. Tutto è cominciato quando circa due anni fa mi è arrivato un avviso di garanzia del sostituto procuratore Stefano Latorre. Mesi e mesi di preoccupazioni, la nomina di un avvocato, la richiesta di essere ascoltato in Procura, ma niente. Poi una proroga di indagini “atteso il numero dei reati e delle persone indagate”, vede questa carta cosa riporta ? Poi un’altra proroga e il tempo passa e io resto sulla graticola, poi un’altra proroga...».

È lo sfogo di Stefano Tornadù, 49 anni, con un’azienda nel settore degli scavi, movimento terra e calcestruzzo situata a Teglio, in prossimità dell’Adda. Ha deciso di rendere di pubblico dominio l’inchiesta per riciclaggio internazionale che lo riguarda per fatti che avrebbe commesso in Valtellina dal 2015 al marzo dell’anno successivo (così leggiamo nel documento che ci consegna), perché stanco di vivere la situazione di «eterno indagato», per una vicenda di cui, in realtà, si ritiene vittima. Ma il tutto come è nato, visto che del fascicolo è titolare uno dei magistrati sicuramente più preparati della Procura di Sondrio?

«Alcuni anni fa un artigiano edile mio cliente da tempo mi ha presentato un procacciatore d’affari di una società di Sondrio affermando che cercava lavori per questa azienda - dichiara l’imprenditore - e li faceva eseguire, quindi avrebbe potuto fare avere anche a me lavori di scavi e fornitura di calcestruzzo. Con il passare del tempo i due soggetti mi dissero che c’era una buona opportunità di lavoro in Colombia; mi mandarono foto di cave da rilevare, visto che in quel Paese l’edilizia era in pieno fermento e buona cosa sarebbe stata aprire sul territorio sudamericano una fabbrica per la costruzione di finestre in Pvc, visto che laggiù il ‘Made in Italy’ era molto apprezzato». «È l’inizio dei miei guai. Si crea una società in Italia con il “procacciatore d’affari” e un professionista di Tirano, si chiede un mutuo alla banca (firmando personalmente le garanzie di restituzione) - ricorda l’imprenditore – e si comincia a mandare in Colombia materiale per la costruzione di infissi. Due dei miei soci si recano in Sudamerica, dove la società è operativa e finanziata dall’Italia, per farsi riconoscere le quote dall’artigiano e dal procacciatore, ma il primo non vuole cedere le quote non riconoscendoci quanto investito. E così, presto, la società colombiana chiude e noi perdiamo tutto. Un buco nell’acqua, ma i soci rimasti, spinti dal procacciatore, decidono di dare vita a una nuova società in Colombia per recuperare quanto perso. Le cose all’inizio andavano a gonfie vele. Poi cominciano i problemi: il procacciatore si faceva bonifici ingiustificati coi soldi della società, mandandola in rovina, nel contempo i colombiani indagano sulle importazioni di serramenti e, infine, mi cade addosso la tegola assurda dell’accusa di riciclaggio internazionale».