Il dottor Simone Del Curto
Il dottor Simone Del Curto

Sondalo (Sondrio), 29 marzo 2020 - Sarebbe dovuto partire per il Bangladesh l’8 marzo, per salvare vite, ma l’emergenza coronavirus l’ha trattenuto in Valtellina. E anche qui ha deciso di non starsene in poltrona. Nonostante la pensione l’ex direttore del reparto di anestesia e rianimazione di Sondrio, Simone Del Curto, è tornato in trincea all’ospedale di Sondalo, presidio Covid-19. Ha iniziato il 12 marzo in rianimazione.

Nonostante tutto si riesce a lavorare bene e «il clima non è pesante – racconta –. Difficoltose semmai, al di là delle cure ai pazienti che per di più sono soli, le doverose precauzioni che condizionano la modalità di lavoro: quando entri in terapia intensiva non puoi uscire ogni 5 minuti, devi cambiarti completamente. Indossiamo camice, calzari, cuffia, maschera, casco con visiera, due paia di guanti che diventano tre quando visiti. Sono precauzioni indispensabili per non prendere o trasmettere infezioni. Così come il controllo due volte al giorno della temperatura. E anche quando esci meglio indossare la mascherina e ritirarsi nella propria abitazione. Io mi sono auto isolato». 

Per ora tutto sembra funzionare, «ma deve continuare così». Nell’emergenza ogni rotella dell’ingranaggio risulta fondamentale. «Si parla sempre di infermieri e medici, ma ci sono asa, oss, addetti alle pulizie che igienizzano in continuazione, anche le docce che usiamo sempre prima di tornare a casa», aggiunge. «Il Covid è meno mortale della Sars ma più infettivo, è giusto stare a casa per non aumentare il numero di malati e, soprattutto, non averli nello stesso momento: se non per noi, facciamolo per chi è più fragile ed esposto». Un cattivo servizio lo fanno «i messaggi fuorvianti che spesso nascondono un secondo fine – continua Del Curto –. Quello che è stato deciso finora a livello sanitario e di regole generali ci voleva. Non potevamo che procedere per gradi: non siamo un Paese autoritario come la Cina».

Fino a ieri «ci sentivamo sicuri perché le malattie appartenevano al sud del mondo; oggi invece abbiamo capito che siamo altrettanto vulnerabili. Al contempo, però, è emersa una grande solidarietà. Meditiamo sugli Stati che non stanno facendo nulla e su quelli, come la Siria, che non riuscirebbero a gestire l’emergenza». E a chi gli chiede, «chi te l’ha fatto fare di rientrare in servizio?», risponde: «Essere medico è un privilegio, per il modo in cui ti approcci alle persone».