Giuseppe Vignati in mezzo ai faldoni custoditi nell’Isec
Giuseppe Vignati in mezzo ai faldoni custoditi nell’Isec

Sesto San Giovanni (Milano), 2 aprile 2017 - Giuseppe Vignati era un burbero. Poteva bacchettarti se ti sbagliavi a chiamare “bunker” quello che c’è sotto Villa Mylius. "È un rifugio antiaereo", ti faceva notare prima di iniziare a ubriacarti di nozioni dettagliatissime e portarti qualche volume da leggere. Vignati era l’Isec, l’Istituto di storia dell’età contemporanea. Per tutti era Il Peppino. Ed era un uomo generoso, che ha dedicato una vita intera alla città: a studiarla, a conservarla, a tramandarla nella memoria collettiva. Se n’è andato l’altra sera e i funerali si terranno sabato a Padova, dove vive il figlio Leonida.

Ricercatore, archivista, storico, promotore culturale. Se oggi esiste l’Istituto di storia dell’età contemporanea, con centinaia di chilometri di documenti, foto e materiali, lo si deve soprattutto a Vignati. Con Aurelio Molteni, Rino Sperindio, Sandro Monteverdi e Giorgio Oldrini iniziò a raccogliere le testimonianze di chi aveva fatto la Resistenza e la Liberazione. La raccolta divenne presto più grande di loro e così il vicesindaco dell’epoca, Virgilio Canzi, decise che la biblioteca di Cascina Gatti, dove Peppino lavorava, sarebbe diventata la base di quello che diventò l’Istituto per la storia delle Resistenza e del movimento operaio e che oggi è la Fondazione Isec. Iniziatore, animatore, colonna portante.

"Non aveva potuto studiare Peppino, ma senza di lui non ci sarebbe l’Isec, migliaia di studenti e di ricercatori di tante parti del mondo non avrebbero avuto materia su cui esercitarsi – sottolinea Oldrini -. Autodidatta, è stato tra gli storici più apprezzati e i suoi libri sulla Resistenza e sull’età contemporanea si studiano nelle università". Per tanti anni dipendente del Comune, responsabile della biblioteca decentrata di Cascina Gatti, era stato cresciuto dallo zio Antonio Caimi, tuttofare del municipio quando era sindaco Abramo Oldrini. Peppino aveva militato nella Fgci ed era intrinsecamente sestese: la Resistenza, la politica, l’impegno culturale come impegno civile e civico. Una presenza fissa in largo Lamarmora. Dove, in Villa Mylius, potevi trovarlo a litigare con la fotocopiatrice prima di salutarti con il pugno chiuso in aria. "È un momento triste per la nostra comunità – ha commentato il sindaco Monica Chittò -. Perdiamo un instancabile organizzatore culturale, appassionato e acuto artefice della conservazione e della rielaborazione della memoria, senza la quale nessuna società può costruire consapevolmente il proprio futuro".