L’ex area Falck di Sesto vista nei grandi rendering basati sulle idee di Renzo Piano
L’ex area Falck di Sesto vista nei grandi rendering basati sulle idee di Renzo Piano

Milano, 15 marzo 2019 - Grattacieli, centri commerciali, grandi griffe, hotel di lusso: la metropoli si sta trasformando negli ultimi anni nella porta d’Oriente. Una porta principale, con tappeto rosso, per miliardi di investimenti. Come quelli che il gruppo saudita di Fawaz Alhokair aveva messo sul piatto di due grandi progetti: le ex Falck di Sesto e la scommessa dell’ex area Expo, con il quartiere progettato da Euromilano. Ma la situazione è cambiata. Alhokair è finito nei guai, vittima del “repulisti” anticorruzione dell’erede al trono Mohamed Bin Salman. E le scommesse milanesi del suo gruppo sono finite in crisi. Non conosce battute d’arresto, invece, l’impegno italiano e lombardo del fondo sovrano del Quatar, che ha acquistato pezzi pregiati della collezione milanese: l’hotel Gallia e le torri di Porta Nuova. Meno calda l’accoglienza riservata ai petroldollari della monarchia orientale quando servono a finanziare centri islamici e moschee.

In principio dovevano essere le villette a due piani, con il giardino e l’orto per coltivare la salvia, come si faceva nel villaggio operaio. Era l’epoca del costruttore sestese Giuseppe Pasini, che a fine 2000 acquistò le aree Falck. Arrivarono poi le piazze sospese, le scuole modello e i grattacieli, “le case alte” di Renzo Piano, che nel 2005 fu incaricato di elaborare un masterplan. Un salto nel futuro per l’ex Stalingrado d’Italia, che si preparava a sognare con i rendering e le megastrutture dal sapore internazionale. Sesto su quelle tavole si è solo rifatta gli occhi per qualche anno. Già nel 2012, tutti gli elementi più avveniristici avevano fatto un bagno di normalità: eliminata la suggestione della rambla su viale Italia, dimezzate da 25 a 12 le “case alte”.

Oggi l’ulteriore passo avanti (indietro?) che svuota di contenuti il progetto di Piano. Cancellate, per volere dell’amministrazione, le funzioni pubbliche che avrebbero riqualificato le cattedrali di un’archeologia industriale che ha fatto la storia del Paese. Stop alla moderna biblioteca nel Bliss, edificio dei primi del ‘900, stop alla scuola modello Concordia per 770 bambini e alla media sotto al Treno Laminatoio. Meglio incassare gli oneri, anziché ridar vita ai baricentri della futura città pubblica. Del progetto del 2005 con Luigi Zunino, che aveva rilevato le aree dismesse più grandi d’Europa per 218 milioni, non resta quasi nulla. Del piano rivisto dal gruppo di Davide Bizzi, che le acquistò nel 2010 per 405 milioni, resta comunque poco. E quel poco sarà ereditato dai prossimi proprietari, le corporate Prelios e Hines, secondo le indiscrezioni. Svuotato di contenuti, il milione e mezzo di metri quadri di aree dismesse torna un foglio bianco.

Dopo 15 anni non c’è la piscina sotto il Laminatoio, “risarcimento alla città” dell’epoca Zunino, non c’è il monastero sui resti delle Vasche Pompei, non c’è il mercato coperto sotto l’Omec, che doveva diventare come la Boqueria di Barcellona e ora viene indicata come l’ennesimo incubatore di startup. Non si parla più delle scuole civiche, del museo di arte contemporanea, della casa di riposo. Addirittura il maxi mall commerciale potrebbe subire cambiamenti, dopo che il gruppo saudita Fawaz si è sfilato dalla riqualificazione dell’ex stabilimento T5. Non resta più nemmeno la sirena delle Falck, silenziata e presto smontata per andare in deposito. Restano la Città della Salute, rallentata da 4 anni di ricorsi, il parco urbano, ridotto, e la stazione a ponte, attesa per il 2015, unico elemento di ricucitura con la Sesto esistente.