Arese (Milano), 2 luglio 2018 - Strage di via D’Amelio, «Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro del più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana». Salvatore Borsellino, valige pronte destinazione Palermo, tiene in mano le motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Caltanisetta: 1.865 pagine da studiare. Un anno fa, a 74 anni suonati, il fratello ingegnere di Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia insieme alla scorta il 19 luglio 1992, saliva in sella alla sua bici da Bollate destinazione Palermo per continuare, a 25 anni dalla strage, a chiedere verità e giustizia.

C’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa»: lo scrivono i giudici di Caltanissetta.
«Spesso sono stato attaccato, addirittura deriso sull’importanza del ritrovamento dell’Agenda rossa e sulla teoria del depistaggio di Stato. Le motivazioni di questa sentenza rappresentano una svolta. Si affermano cose che io affermo da anni ad alta voce».

La verità è vicina?
«Mancano ancora dei tasselli importantissimi. Sono stati i funzionari a costringere Scarantino a dire il falso ed è anche vero che ci sono stati due magistrati che hanno avallato questo depistaggio. E c’è un altro tassello molto grave: le cose messe in bocca a Scarantino con torture fisiche e psichiche sono poi risultate vere anche se non era lui l’autore per quanto riguarda il furto della Fiat 126 usata per la strage, c’era qualcuno che queste cose da lui dette le doveva conoscere a priori. Cosa vuol dire? Ci sono stati pezzi dei servizi deviati dello Stato che erano al corrente della verità, se non addirittura, come dice Gaspare Spaduzza, parteciparono alla preparazione della strage. Questa è la strada su cui bisogna indagare».

La sua speranza oggi?
«Questa sentenza è una svolta, non un punto d’arrivo per nuove indagini che spero non durino altri 25 anni».

Un anno fa la ciclostaffetta Bollate-Palermo.
«L’agenda di Paolo è stata fatta sparire, mio fratello ci aveva annotato cose fondamentali in base alle indagini che stava facendo in quei giorni sia sulla strage di Capaci sia su quella trattativa scellerata tra mafia e Stato che è stata oggetto di un’altra importante sentenza: quella del processo di Palermo condotto da Tonino di Matteo».

L’agenda sarà mai ritrovata? «Non credo lo sarà mai. Sarà nella casseforte di qualcuno che in base a quell’agenda regge una rete di ricatti incrociati che a lungo hanno gestito gli equilibri di quella che chiamano Seconda Repubblica».

La mafia si sconfigge nei tribunali?
«Si combatte con l’informazione, nelle scuole, i magistrati fanno cessare i reati. La lotta alla mafia è quella cosa che diceva Paolo Borsellino, “non deve essere una distaccata opera di soppressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le giovani generazioni: le più adatte a sentire quel fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della continuità, della complicità».

Il 19 luglio, quest’anno la partenza è da Arese?
«Tornerò in via D’Amelio per la manifestazione che con Il Movimento delle Agende rosse facciamo da anni. Con la nostra presenza più nessun rappresentante delle istituzioni si è presentato in via Mariano D’Amelio: evidentemente quell’agenda rossa ricorda loro qualcosa che non vogliono ricordare».