L’annuncio di una “discesa in campo” di Fedez per le elezioni del 2023 si è rivelata essere una mossa promozionale. Eppure il rapper e influencer milanese si sta “sporcando le mani” con la politica da parecchio, fra dichiarazioni a sostegno del ddl Zan e liti con esponenti di prima fila dei partiti, a iniziare dai due Mattei, il leghista Salvini e il leader di Italia Viva Renzi. L’ingresso nella stanza dei bottoni di Fedez, quindi, è solo rinviato? Ne parliamo con Erasmo Silvio Storace, docente di Filosofia Politica nel corso di Scienze della Comunicazione del Dipartimento di Scienze Umane all’Università dell’Insubria di Varese e Como.

Professore, quanto potrebbe valere un partito di Fedez? E chi potrebbe votarlo?

“Fedez e la moglie Chiara Ferragni vantano circa 38 milioni di follower sui vari social. Se pensiamo che alle ultime elezioni politiche, del 2018, hanno votato meno di 34 milioni di persone, siamo di fronte a un bacino di elettori potenzialmente altissimo. Tuttavia, nonostante la sua parodia contro Berlusconi, l’operazione del rapper, seppur smentita, non si discosterebbe di molto né dalla discesa in campo dell’imprenditore Berlusconi né da quella del comico Grillo...”.

Ovvero?

“Come sostiene Marco Revelli nel libro ‘Populismo 2.0’, il populismo nasce e prospera quando c’è un vuoto di rappresentanza. Fedez; al pari di Berlusconi, Grillo, Salvini o Meloni, potrebbe catalizzare un voto di protesta, fondato certamente su contenuti più ‘nobili’, come la difesa dei diritti civili, ma con una modalità che è la stessa di quella dei politici contro i quali egli stesso si scaglia. Ed è questo che lascia perplessi”.

Il simbolo del finto partito di Fedez

Fedez, quindi, come altra faccia di una medaglia che abbiamo già visto?

“Questa modalità di fare politica ci accompagna dalla Seconda Repubblica, in cui la logica dei partiti e delle ideologie, fondata sull’opposizione tra destra e sinistra, è stata sostituita dalla logica alto-basso, in cui il popolo insorge contro le élite. Oggi il consenso viene addirittura costruito attraverso i clic in rete, in una piazza virtuale che è solo apparentemente un luogo di maggiore partecipazione. In realtà si tratta di uno spazio molto pericoloso”.

Perché?

“Si finisce per vivere la politica come se si fosse chiusi in una bolla mediatica, confrontandosi solo con chi condivide una stessa linea di pensiero. Vengono così meno il dialogo e il confronto con chi ha idee diverse, elementi che sono il sale della democrazia”. 

Se Fedez o chi per lui colma un vuoto di rappresentanza, però, la colpa non può essere solo sua…

“È così. Nel momento in cui i politici non riescono a comunicare con le persone è facile che qualcuno prenda il loro posto. Io auspicherei che certe battaglie vengano portate avanti dai politici: preferirei leggere, sulle pagine politiche dei quotidiani, soprattutto le ragioni di Zan o dei suoi oppositori, e non quelle degli influencer. Anche perché, come sosteneva Platone quando disegnava la sua città ideale, è importante che di politica si occupi chi ha le competenze per farlo. Ossia, i ‘philosophoi’, che non sono certo i professori di filosofia, bensì i conoscitori del Bene: gli esperti di ciò che è bene e di ciò che è male per la città”. 

Tornando a una possibile discesa in campo di Fedez, quali potrebbero essere i temi centrali nella sua piattaforma?

“Sicuramente le istanze legate alla difesa dei diritti. Anche in questo caso si andrebbe a colmare una lacuna della politica attuale che, ormai sottoposta all’economia, si allontana dai cittadini cessando di rimarcare l’importanza di alcune fra le colonne portanti dell’Occidente: i valori di libertà, fratellanza e uguaglianza, tramite i quali la ‘vecchia’ politica sapeva parlare non solo alla testa, bensì al loro cuore. E non certo alla pancia. Ecco dunque il problema nella strategia di Fedez”…

Quale?

I suoi discorsi, così come quelli di altri influencer, sono costruiti sulla capacità di attrarre consenso, di creare condivisione intorno a istanze anche lodevoli, come quelle dei diritti, ma senza che dietro vi siano un’etica o un’ideologia politica precise. Oggi, da Fedez a Salvini, si rincorre il trend del momento, spesso a caccia di un nemico: i migranti per Salvini, Salvini per Fedez. E, in entrambi i casi, alla ricerca di follower e di like, che sappiamo essere ben remunerati”.

Un eventuale ingresso di Fedez in politica potrebbe riavvicinare parte dell’elettorato che oggi si è rifugiato nell’astensionismo?

“Credo di sì. Un fenomeno del genere avviene ogni volta che un nuovo partito nasce facendosi portavoce di un malcontento. Il problema, però, non riguarda solo la quantità delle persone rappresentate, ma la qualità dei loro rappresentanti. Se chi entra nelle stanze della politica non dimostra di avere le competenze per mantenere le promesse fatte, ci ritroveremo sempre impantanati in una politica che antepone la ricerca di consenso contingente alla capacità di lavorare per il miglioramento dell’umanità”.

Concludendo, è da reputare una fortuna che la discesa in campo di Fedez sia solo una boutade promozionale?

“Non voglio né difendere né accusare Fedez per la sua provocazione, soprattutto perché condivido i contenuti delle sue battaglie. Esprimo solo il rammarico che gli artisti o i personaggi dello spettacolo, invece di dedicarsi alle loro opere, preferiscano 'millantare' promesse, dietro le quali in realtà si celano soltanto operazioni di marketing, attività che ormai  ha soppiantato quel che restava della politica”.