Roma, 26 gennaio 2021 - È stata la resa dei conti, la resa di Conte, o qualcos’altro, di cui ancora intravediamo solo una forma indistinta, ma i cui contorni sono già piuttosto chiari a qualcuno dei tanti progettisti al lavoro su Palazzo Chigi? Difficile dirlo, ma gli architetti del domani politico sono tanti, ognuno con un disegno diverso. E alla fine, numeri permettendo, a scegliere il progetto non potrà essere altri che lui, il Presidente Sergio Mattarella che domani inizierà le consultazioni con i gruppi politici per finire venerdì pomeriggio.

Tentiamo una sintesi della giornata, per capire cosa è successo e cosa potrà accadere. Anzitutto, per la fredda cronaca, il premier Giuseppe Conte ha comunicato prima le dimissioni al Consiglio dei Ministri, alle 9, ringraziando tutti i suoi uno per uno. Poi si è recato al Quirinale per formalizzare una decisione di fatto già nota a Mattarella. Quindi i colloqui di prassi con i presidenti del Senato Casellati (Forza Italia, 15 minuti) e della Camera (Fico, M5S, un’ora e mezza). Anche i tempi non appaiono secondari. Ora lui deve soltanto aspettare e da domani iniziano le consultazioni al Colle. E veniamo agli scenari, cominciando dalla maggioranza.

IL CENTROSINISTRA E IL M5S

Il Movimento Cinque Stelle fa quadrato attorno al premier e indica il Conte ter, ovvero il reincarico, come l’unica ipotesi che avrebbe il voto del gruppo comunque più corposo per numero di parlamentari. Nel Pd le posizioni sono più sfumate e in pochi escludono anche una seconda possibilità, quella di un governo di unità nazionale, quindi presieduto anche da una figura alternativa, considerando che la priorità resta l’emergenza pandemica e la sua complessa gestione sanitario-amministrativa. Resta anche urgentissimo dare una risposta alla Ue sulle modalità di utilizzo del Recovery fund, che prevede una oioggia di miliardi , oltre 200, all’Italia. Altre voci genericamente assegnate al centro sinistra, da più Europa ad altri satelliti, non ultimi Azione di Carlo Calenda e Italia Viva, di fatto responsabile della crisi, sono contrari al voto, ma più o meno velatamente si esprimono per un governo di salute pubblica o unità nazionale che dir si voglia, con un altro premier. E qualcuno avanza il nome di Draghi.

IL CENTRODESTRA

Il nome di Draghi viene esplicitamente fatto anche da una parte minoritaria del Centrodestra, come unica possibilità per evitare il voto. A farlo è “Cambiamo“, la costola dei fuorusciti da Forza Italia, fondata da Giovanni Toti, che di fatto richiama a una responsabilità nazionale, pur senza aderire al gruppo dei dodici Responsabili, appena costituito in Senato come ulteriore gamba di Conte. Molto più definita invece appare proprio la posizione di Forza Italia, che di fatto sancisce una spaccatura, anche se certo non una rottura, con il resto del Centrodestra. Pur affrettandosi a ripetere che dalla coalizione non usciranno mai, i forzisti in coro aprono al governo di unità nazionale. Irremovibili invece i leader di Lega e Fdi, Salvini e Meloni che, forti dei sondaggi, non contemplano alcuna alternativa alle urne.

COSA PREVEDE LA LEGGE

Sergio Mattarella, guai se non fosse così, è una sfinge. Dal Quirinale non esce neanche una mosca dalla quale i cronisti parlamentari possano evincere i suoi umori. Che certo non devono sprigionare grande entusiasmo in questi giorni. Alla vigilia del semestre bianco, in piena pandemia, con i vaccini i ritardo e la profilassi collettiva in affanno, di fronte a un’Europa che attende solo di sapere come vorremmo intelligemente impiegare i miliardi ottenuti a parziale credito, con un’economia se non al collasso, quantomeno in ginocchio, specie sul fronte delle partite Iva, insomma, tutto Mattarella si sarebbe augurato, tranne che di dover gestire un passaggio così delicato. Gli viene in soccorso la Costituzione, che in materia è molto precisa: alle urne, al contrario di quanto crede chi ancora ne dubiti, in Italia al momento non si eleggono i premier, ma i parlamentari. Il premier lo indica il Colle e lo manda in Parlamento a verificare se i parlamentari eletti lo sosterranno a maggioranza. Fino a quando questo potrà accadere, qualunque governo sarà legittimato. Diversa è la considerazione sui sondaggi, quindi sugli umori captati dalla popolazione, di cui il Presidente può anche decidere di tenere conto, mandando il Paese alle urne. Soprattutto in assenza di alternative. Ma la valutazione è sua.

COSA PUÒ SUCCEDERE

L’enigma resta enorme. Il presidente Mattarella, di fatto, conosce già oggi alla perfezione, o quasi, tutto quello che potrà sortire dalle consultazioni. Le posizioni sono note e abbastanza definite, o addirittura definitive. Le uniche incognite potranno uscire soltanto da quella zona grigia, intermedia, che ancora vuole evitare il voto, pur non schierandosi apertamente per un Conte Ter. Per nascere, quest’ultimo esecutivo avrebbe bisogno non solo del voto dei responsabili, ma anche di quelli di Italia Viva, soprattutto al Senato. E se Renzi potrà fare uno sgambetto a Conte, senza però tornare a casa, lo farà più che volentieri. Diverso è il discorso del secondo fronte, quello del nuovo governo di unità nazionale, allargato magari a Forza Italia, ma con un nuovo premier al timone. Il nome in pole, che metterebbe d’accordo molti, resta quello di Mario Draghi. Di cui nessuno ha però ancora raccolto la disponibilità. Idea che non sembra entusiasmare affatto i Cinque Stelle, fermi al sostegno unico a Conte. Va detto che, in caso di voto, il M5S rischia a dir poco di dimezzare, secondo i sondaggi, la propria percentuale di rappresentanti, a sua volta poi dimezzata dal taglio dei parlamentari. Un’ecatombe con cui sarebbe difficile non fare i conti. L’ultima ipotesi è infine proprio il voto. Ultima anche nel gradimento per Mattarella, non solo per le prospettive politiche, ma anche per tutte le considerazioni fatte sopra sulle contingenze del periodo. Un voto che con quasi assoluta certezza porterebbe tra l'algro al suo posto qualcuno che, secondo i profili fin qui emersi, potrebbe non somigliargli granché, per dirla con un eufemismo.