Maurizio Raimondi, direttore di Anestesia e Rianimazione Oltrepo
Maurizio Raimondi, direttore di Anestesia e Rianimazione Oltrepo

Voghera (Pavia), 7 giugno 2020 -  Al Pronto soccorso di Voghera, nell’area dedicata ai sospetti casi di coronavirus, ora al giorno entrano dai tre ai cinque pazienti. Per capire l’ottimismo che questo dato reca con sé, bisogna sottolineare che durante il picco dell’epidemia la cifra saliva a dieci persone. Nei mesi più critici si arrivava ad avere anche trenta persone alla volta tra nuovi accessi e chi stava aspettando il risultato del test. Circa il 30% dei soggetti in attesa ha ricevuto esito negativo, gli altri sono stati smistati: l’ospedale di Voghera ha gestito circa 900 ricoverati in tre mesi, di cui il 15% erano pazienti provenienti da altre zone, in particolare il Piemonte. La terapia intensiva di Voghera ha gestito in totale 90 pazienti, fino a 25 in contemporanea durante le fasi più dure. In generale i morti residenti in Oltrepo Pavese, fino a un mese fa sono stati trecento. A scattare una fotografia di quel che accade ed è accaduto è Maurizio Raimondi, Direttore dell’Unità Operativa complessa di Anestesia e Rianimazione Oltrepo dell’Asst di Pavia, in primissima linea nella lotta alla malattia.

Dottor Raimondi, com’è la situazione a Voghera?
"In ospedale ora, a parte i pazienti ricoverati per altri motivi, abbiamo circa 16 pazienti positivi al tampone. Inoltre, ci sono 23 persone risultate negative al coronavirus, ma che presentano sintomi riconducibili a esso. Il tampone può risultare negativo per la tecnica con cui è stato fatto oppure perché il virus non è presente più nelle vie aeree superiori ma solo in quelle profonde o ancora perché non è più presente nel corpo del paziente e tuttavia il fisico ne sta scontando ancora gli effetti, per la risposta infiammatoria".

Come è iniziato il contagio in città?
« Facendo un’analisi retrospettiva, riteniamo di aver avuto tra novembre e febbraio almeno due o tre pazienti con sintomi riconducibili al coronavirus. Però, prima non si potevano fare i tamponi e si diceva che il rischio c’era solo per chi fosse entrato in contatto con persone che erano state in Cina. In Rianimazione prendiamo sempre precauzioni, ci sono anche tante altre malattie. Con le giuste protezioni, abbiamo limitato la positività sierologica al 5% del personale del reparto. Quattro medici dell’Anestesia si sono ammalati a marzo nelle fasi iniziali dell’epidemia".

Come avete gestito?
"Con un enorme lavoro di squadra. Il personale è stato rinforzato con infermieri e medici da altri reparti. Tutti con abnegazione hanno contribuito, anche per esempio aiutando a girare i pazienti o gestendo la burocrazia. Grande impegno anche da parte della direzione dell’Asst Pavia e dell’ufficio tecnico: in poche ore abbattendo pareti e posizionando percorsi, è stato possibile disporre di una doppia area per i pazienti. Anche i cittadini ci sono stati vicini, attraverso donazioni".

Un episodio difficile che ha vissuto?
"Noi abbiamo scelto questo mestiere e sappiamo che corriamo dei rischi. I veri eroi sono i pazienti, che hanno affrontato la malattia senza il conforto dei familiari. Noi ci siamo prodigati con le videochiamate. Un giorno ho provato a chiamare la figlia di una paziente, non in condizioni critiche, per fargliela salutare. Purtroppo la figlia non ha visto la chiamata e non ha potuto rispondere. Sentendola la sera, le ho detto che l’avremmo rifatta il giorno dopo. Però al mattino la madre ha avuto una crisi ed è deceduta. Mi ha dato angoscia".

Come vede il futuro?
"Non so dire come andrà, ma l’arma più efficace che abbiamo è quella di proteggerci. Importanti la distanza sociale, il lavaggio delle mani e indossare mascherine idonee – non quelle con la valvola. Se riusciamo a non dare al virus un serbatoio, sparirà".