Pavia, 5 settembre 2018 - ​«Questo è il San Matteo che noi vogliamo: un centro di riferimento non solo a livello regionale e nazionale, ma anche internazionale». Giorgio Girelli, presidente della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo, non nasconde la soddisfazione nel commentare il ruolo avuto dai medici e ricercatori pavesi nella recente scoperta di una efficace terapia per curare l’amiloidosi cardiaca senile. Lo studio «Attr-Act» è stato presentato la scorsa settimana a Monaco di Baviera, in occasione dell’annuale congresso Esc (European Society of Cardiology) e pubblicato in contemporanea sul «New England Journal of Medicine».

Ha coinvolto 441 pazienti in 48 centri (in 13 nazioni) per 30 mesi, accertando l’efficacia del farmaco “Tafamidis” nel ridurre i decessi e migliorare la qualità della vita, riducendo anche le degenze ospedaliere. «Il centro per lo studio e la cura delle amiloidosi sistemiche del San Matteo – spiega il direttore generale Nunzio Del Sorbo – è attivo dal 1986 e dispone dei più avanzati strumenti diagnostici e delle risorse terapeutiche più recenti. La sua attività di ricerca si pone ai primi posti a livello internazionale e il contributo fornito anche a questo studio multicentro ne è l’ultima dimostrazione». «Le amiloidosi sistemiche – entra nel dettaglio Giampaolo Merlini, direttore del centro oltre che direttore scientifico del San Matteo – sono un gruppo di malattie rare, anche se tali soprattutto perché sottodiagnosticate. Una delle forme più difficili da trattare era proprio l’amiloidosi cardiaca senile, che colpisce soprattutto uomini, ultrasessantenni, e per la quale non esisteva finora una terapia. Il recente studio, al quale abbiamo dato anche il nostro contributo, ha accertato l’efficacia di una terapia farmacologica. Si tratta di un risultato davvero epocale, perché per la prima volta possiamo cambiare la vita dei nostri pazienti».

«È il terzo studio a distanza di pochi mesi – aggiunge Stefano Perlini, cardiologo dell’unità di medicina interna del San Matteo – attraverso il quale siamo riusciti non solo a ridurre la mortalità, ma a migliorare le capacità funzionali dei pazienti, ovvero a dare una migliore qualità, oltre che quantità, di vita». «Già nel 2013 – ricorda anche Laura Obici, sempre del centro per lo studio e la cura delle amiloidosi sistemiche – si erano ottenuti dei risultati con un farmaco, ma questo studio cambia davvero la prospettiva della diagnosi, avendo dimostrato che la malattia è curabile, mentre prima riuscivamo solo a trattare i sintomi».