Pavia, 12 ottobre 2014 - Crivellato di colpi. Ma nessuno, nonostante il folle numero di proiettili sparatagli contro, avrebbe “preso” cuore o cervello. Colpi, però, letali ai quali la vittima potrebbe aver resistito, prima di spirare, pochissimi minuti. Un’agonia conclusa con la morte. Ieri mattina, i medici Francesca Brandolini e Maurizio Merlano, entrambi dell’istituto di Medicina legale dell’Università di Pavia, hanno eseguito l’autopsia sul corpo di Enrico Marzola, 49 anni, assassinato mercoledì scorso da un ex collega di lavoro, Diego Soffientini, 43 anni, ora rinchiuso nel carcere di Torre del Gallo con l’imputazione di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione.

Nonostante il rigido riserbo sugli sviluppi delle indagini dopo gli accertamenti medico-legali sul cadavere, verrebbe ritenuta sempre più realistica l’ipotesi che l’ora dell’omicidio, avvenuto nel deposito di un’ impresa funebre, in via Saragat, periferia est della città, in una zona industriale e artigianale, risalirebbe proprio attorno alle 13. In tal senso c’erano già alcune testimonianze di altre persone, imprenditori e addetti che in quel momento erano al lavoro nei vicini siti artigianali e industriali, che avevano parlato sin da subito di «rumori secchi, scambiati per colpi di martello», uditi proprio a quell’ora di mercoledì scorso.

In realtà, però, erano i colpi esplosi dalla pistola P38 di Diego Soffiantini, appassionato di tiro a segno, disoccupato da gennaio scorso dopo aver lavorato, proprio assieme alla sua vittima, nella stessa azienda poi fallita e recentemente ricostituita, senza però la sua riassunzione. Insomma, si è trattato di una probabile e inconsulta reazione a quello che l’ex dipendente Soffientini, in procinto di separarsi dalla moglie che conosceva e frequentava anche l’ex collega e che, verso le 17 di mercoledì, ha scoperto la macabra scena dell’omicidio, considerava un torto insopportabile. Diego Soffientini, sin qui, non avrebbe rilasciato alcuna dichiarazione agli investigatori, neppure come ha trascorso le ore successive all’omicidio. Gli accertamenti della polizia hanno permesso di rilevare il passaggio della sua auto, all’alba di giovedì, nei pressi di Udine.

Nove ore dopo gli agenti della Questura di Pavia l’hanno preso nei dintorni di Copiano, diretto probabilmente verso la casa della madre, in località Calignano, frazione di Cura Carpignano. L’uomo aveva ancora indosso, ma scarica, la micidiale pistola P38, tristemente nota anche negli “anni di piombo” in Italia, usata spesso anche dai terroristi delle brigate rosse. Il fatto che sparando per ben 50 volte (solo un colpo è andato a vuoto), non sia riuscito a cogliere neppure una volta il “rivale” in uno dei punti vitali - testa o cuore -, la dice lunga sulla follia omicida di Soffientini nell’agguato. Intanto, la salma di Enrico Marzola resta all’istituto di medicina legale di Pavia, in attesa del nulla osta per la sepoltura. Probabilmente, prima della restituzione della salma ai familiari, dovranno passare alcuni giorni.