Pavia, 11 ottobre 2014 - Rinchiuso nel carcere di Pavia, si è avvalso della facoltà di non rispondere Diego Soffientini, presunto assassino di via Saragat. Ascoltato dal giudice per le indagini preliminari per l’interrogatorio di garanzia, il 43enne è rimasto in silenzio. Neppure giovedì sera, quando era stato portato in procura per un primo interrogatorio, aveva voluto rispondere alle domande degli inquirenti sostenendo di essere sveglio dalle 7 di mercoledì e di essere «molto confuso». Il sostituto procuratore Roberto Valli, titolare dell’inchiesta, però, nell’udienza di convalida del fermo, gli ha contestato l’omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione perché, lui appassionato di armi che ne aveva diverse in casa, sarebbe uscito di casa con una P38 special. Un'arma compatibile con i 50 bossoli (uno inesploso) trovati sul luogo del delitto. Di questi, sei hanno raggiunto il parabrezza del furgone Monster Renault bianco a bordo del quale Enrico Marzola era arrivato da solo nel capannone. Alcuni colpi verosimilmente hanno raggiunto il 49enne dipendente dell’impresa di pompe funebri che nel capannone ha un deposito, mentre ancora si trovava a bordo del furgone. Altri 37 hanno colpito l’uomo fuori dal furgone e non è stata risparmiata neppure la Rolls Royce parcheggiata poco distante. Proprio l’accanimento dimostrato nei confronti dell’auto del titolare dell’azienda fa pensare a un astio che Soffientini avrebbe maturato nei confronti del suo ormai ex datore di lavoro e verso i colleghi che avevano ancora un posto. Da gennaio, invece, il 43enne che vive a Calignano, una frazione di Cura Carpignano, non aveva più un’occupazione. 

Giorno dopo giorno, quindi, potrebbe aver meditato l’azione una “vendetta” da attuare proprio nel giorno in cui anche il suo matrimonio stava andando in pezzi. I due coniugi, che si erano sposati 14 anni fa, da tempo vivevano da separati in casa, finché 15 giorni fa Soffientini si era allontanato dall’abitazione coniugale per trasferirsi dalla madre, a 50 metri di distanza. Aggressivo, il 43enne era solito ripetere in dialetto «T’imbalini» (ti sparo), ma nessuno aveva mai dato peso a certe affermazioni. I sospetti che Soffientini potesse aver messo in pratica quelle minacce sono venute alla moglie nel pomeriggio di mercoledì, quando non si è presentato all’appuntamento con l’avvocato per la separazione. L’auto non era parcheggiata a casa e Marzola, con il quale aveva un rapporto di amicizia, non si faceva sentire da tempo. A quel punto la donna ha chiamato i colleghi e ha avuto un sospetto, diventata certezza quando si è presentata in via Saragat. Forse Soffientini sapeva che i dipendenti delle pompe funebri erano soliti rientrare verso le 13 e attorno a quell’ora alcuni testimoni hanno visto un “gigante” con in mano quella che poteva essere una pistola. Poi si sono sentiti i colpi e Soffientini è fuggito. 

Stando ai movimenti ricostruiti dalla Squadra Mobile, l’auto dell’uomo sarebbe passata alle 5 di giovedì sull’autostrada A23 nei pressi di Udine in direzione nord. Circa tre ore dopo, è ricomparsa in direzione opposta. Il sospetto è che volesse raggiungere l’Austria e sia stato disturbato. Di certo, mentre Soffientini vagava, gli uomini della Squadra Mobile pensavano a proteggere l’ex datore di lavoro, i colleghi e la moglie temendo che la furia del 43enne potesse estendersi a loro.