Albertino

Monza, 24 luglio 2018 - Capodanno 1995. Ai “piatti” Albertino-Fargetta-Molella-Prezioso come una leggendaria squadra di calcio. I numeri 10 di un clamoroso sold out al Forum di Assago col Deejay Time. Oltre vent’anni fa. Avanti anni luce coi tempi. Anche se «non avrei mai pensato di arrivare fino a qui. Quando ho iniziato questo non era un lavoro, ma io con l’incoscienza di un ragazzo ho seguito il mio cuore». Albertino “illumina” ancora la prima fila. Alla consolle ha cambiato la storia dell’FM italiano, segnando l’immaginario e la cultura musicale degli anni Novanta. Gli anni delle “cassettine” riempite col tasto Rec degli stereo e di Deejay Television dopo pranzo. Lui, adolescente negli anni Settanta della Disco Music. Il decennio degli Chic, della Febbre del sabato sera e dell’epico Studio 54 di New York. Oggi, a 40 anni dal suo debutto on air su Radio Music (che poi Claudio Cecchetto trasformerà in Radio Deejay), è sempre alla consolle a lanciare i successi. Le novità. A filtrare i pezzi che saranno famosi. Dj «anomalo», capace di unire radio, club e festival.

Oltre al tour del Deejay Time, sabato sarà al Parco di Monza per Unite with Tomorrowland. Evento unico per l’Italia...

«Ce n’era bisogno. La realtà è che i festival sono diventati quasi più importanti dei concerti. In Italia siamo rimasti un po’ indietro, dobbiamo sempre aspettare che arrivi qualcuno da fuori per fare le cose. E invece i ragazzi hanno fame di queste cose. Ti danno emozione, sono un’energia che viene trasmessa reciprocamente. Spero che questo sia solo l’inizio».

Qual è l’elisir di lunga vita in questo mondo?

«Guardare oltre. Oggi le radio sono tutte allineate in un mondo più rassicurante. E invece devi avere il coraggio di osare, cercare. Studiare e cercare di trasmettere sempre qualcosa di innovativo. O che lo sarà. I ragazzi con il web si creano la loro playlist ma senza filtri».

Insomma, il dj che diventa “educatore”. Nei gusti musicali ma anche nei messaggi sociali. Come le è stato riconosciuto dall’Accademia della Crusca che già 10 anni fa l’ha premiata per la sua capacità di comunicare ai giovani.

«Penso che la semplicità sia la chiave che mi permette di arrivare dritto ai giovani. E comunque, prima di essere un comunicatore sono un grande ascoltatore. Prendi “Illumina”, ad esempio. L’ho rubata a un amico, non vuol dire niente ma alla gente piaceva ed è diventato un tormentone. Un po’ come il “piach” ereditato dal “Doggystyle”. Snoop Dogg aveva storpiato la parola bitch in biatch per motivi di parental advisory. È bastato cambiare una B con una P per creare uno dei tormentoni radiofonici di maggiore successo. Questo è un po’ il meccanismo che ho sempre usato: sentire e riportare, come fanno i deejay. Campionare insomma. Ma alla mia età non voglio mica passare per quello che fa il ragazzino. Non posso certo salutare con “Ué frate”, cerco di essere più trasversale. Ora che sono più grandicello devo dosare».

Ecco, ora che è più maturo, quanto è rimasto anche del Ranzani?

«Resto sempre molto orgoglioso del carattere del Ranzani. È un personaggio che continua a essere di grande attualità. Anche lui è nato facendo il verso un mio carissimo amico. Anche se devo constatare che ormai, molto spesso, la realtà ha superato la fantasia. Ci sono in giro personaggi che sono andati oltre».

E Albertino, invece, dove vuole andare?

«La mia vita è in radio, nei club e nei festival. Portiamo in tour il Deejay Time con una produzione colossale e presto arriveremo anche all’Ippodromo di San Siro. E poi, chissà, magari un giorno potrei anche mettermi a scrivere un libro sulla mia vita. Non da solo, però. Con qualcuno che lo sappia fare».