Monza, 12 aprile 2018 Il primo lavoro da facchino, il debutto come cantante da balera, l’amicizia anche musicale con Bruno Lauzi e Luigi Tenco, fino al primo contratto discografico con la Ricordi che segnò l’inizio di un carriera che ha accompagnato per mano la storia della musica italiana dagli anni Sessanta a oggi. 
Chi è Gino Paoli oggi?
"Un uomo che è tornato alla terra, perché la terra ti salva da ogni cosa e da ogni guerra. Sono tornato da dove ero partito, il podere di mio nonno Gino, piegatore negli altiforni di Piombino che imparò a leggere a 50 anni. Lui è sempre stato un riferimento forte per me, una delle persone che ho amato di più nella vita, e attorno al 2000 sono tornato qui a ristrutturare la casa della mia vita. Per il resto oggi c’è il jazz, che è una spinta a cercare ancora, insieme a tutte le altre domande che, nonostante la mia età, continuo a farmi".
Ecco, il jazz: domani sarà a Monza sul palco del teatro Manzoni (ticket da 25 a 35 euro su www.teatromanzonimonza.it) insieme a Danilo Rea per “Due come noi che...”. Da dove nasce il vostro incontro?
"Con Danilo ci siamo incontrati la prima volta ad un concerto a Camerino, più di 10 anni fa: è stato un incontro di quelli che capitano raramente. Con lui è una cosa “magica”, ci lega una grande empatia e sincronia, tanto che ormai io dico sempre che siamo come “una coppia di fatto della musica”". 
Nel vostro concerto la scaletta è aperta: cosa vi guida nella scelta del repertorio? E quale sarà quello per Monza?
"Ci inventiamo sempre tutto nel momento in cui lo facciamo, sull’onda dell’emozione, senza definire prima i dettagli. Ci basta uno sguardo per capirci, non credo di aver mai avuto una tale libertà con un altro artista, ed è una libertà assoluta per entrambi: riusciamo a trovare l’emozione mano a mano che procediamo, come se fossimo una persona sola. Anche nel repertorio di Monza ci saranno dei pezzetti di ognuno di noi, delle nostre storie musicali, che poi si incontreranno, un po’ come è successo con le nostre vite. Come sempre ci saranno le mie canzoni, e in ogni concerto mi piace portare anche un ricordo dei miei amici di Genova".
Lei è uno spirito musicale in continua evoluzione: dove trova l’energia e cosa trova sul palco?
"La spinta me la danno le domande: mentre le risposte sono definitive, le domande creano movimento ed evoluzione. Siamo abituati a considerare le cose che succedono come immutabili, quindi siamo spesso schiavi del “sempre” e del “mai”. Invece per me la chiave di tutto sono le domande: il mondo cambia di continuo, e noi con lui. Ogni cosa, ogni azione umana, è il seguito di una domanda. Le domande sono un atto di opzione, di speranza, di ricerca. Per quanto riguarda il palco, parto dal presupposto che la gente viene ai concerti soprattutto per ricevere emozioni. Quindi ogni volta che vado in scena cerco di gettare un ponte tra me e il pubblico. Quando riesci a stabilire questo contatto è un’esperienza unica, che ti arricchisce incredibilmente. Credo che la musica sia un mezzo per dare, “un’alchimia”. Al di là della melodia e del testo, se scrivi una canzone capace di trasmettere un’emozione, allora vuol dire che va bene. Credo che i sentimenti e le emozioni siano le cose più importanti della vita e automaticamente quando scrivo, le cerco lì dove nascono".
Lei è il simbolo e la storia della musica italiana: dai suoi inizi nelle balere cosa è cambiato in questo mondo?
"Non ho mai pensato di scrivere la storia della musica quando ho cominciato. In questo mondo è cambiato praticamente tutto. Prima di tutto ho l’impressione che rispetto a quando ho iniziato, la canzone sia diventata un puro accompagnamento più che un’espressione diretta. La musica oggi si può sentire facendo altre cose. Invece credo che la buona musica, come ogni forma d’arte, è quella capace catturarti completamente e di emozionare. Se manca l’emozione diventa semplice intrattenimento, un oggetto di divertimento punto e basta. Ed è molto cambiata anche la discografia: una volta il produttore, se riconosceva il talento, era disposto ad investire anche in termini di tempo. Oggi la musica è un prodotto da vendere, e se un prodotto non ha un successo immediato si brucia. La canzone viene trattata con un fine commerciale, invece che poetico".
Colpa dei talent?
"In realtà possono essere un mezzo per scovare il talento. Quindi credo che l’intenzione sia giusta, ma è il meccanismo che è discutibile. Il talento non ha a che fare solo con le capacità vocali: è una cosa che hai o non hai. A me non interessa dire chi è più bravo o meno, ma piuttosto riconoscere chi ha il talento, chi in qualche maniera è artista, capace di creare delle cose uniche, diverso da tutti gli altri".
Qual è il suo rapporto con il digitale?
"Non sono un appassionato di tecnologia, uso il pc, ogni tanto faccio un giro su Facebook, ma niente di più. Ritengo che il digitale sia una grandissima opportunità, ma va gestita al meglio. Rappresenta una grande rivoluzione in tutti i settori, compreso quello della fruizione musicale, ma servono regole chiare e condivise".
Qualche anticipazione sul suo prossimo album di inediti?
"Non voglio anticiparvi troppo, ma il disco si chiamerà “Canzoni interrotte”. In generale, tutte le mie canzoni sono molto legate al momento in cui le scrivo. Ad esempio, le emozioni di canzoni come “Il Cielo in una stanza” sono quelle di una persona di 27/28 anni, ed è chiaro che non possono essere le stesse a 80: se sei onesto esprimerai altre emozioni, legate alla tua posizione umana".
Cosa fa Gino Paoli quando non canta o scrive?
"Mi piace trascorrere il tempo nel podere di famiglia in Maremma, una terra a cui sono molto legato, dove ci sono le mie radici. Come dicevo era la terra di mio nonno, ed ora me ne prendo cura insieme alla mia famiglia e agli amici, ci occupiamo delle piante e produciamo il nostro olio. E poi sono un accanito lettore, e ovviamente ascolto musica".
Cosa le manca che vorrebbe sperimentare?
"Io sono uno che nella vita ha avuto molta fortuna, sono contento di ciò che ho fatto. Come dicevo ritengo fondamentale continuare a porsi sempre delle domande: credo ci sia sempre altro da fare e da sperimentare".