La manifestazione e la rabbia dei dipendenti davanti ai cancelli della ditta
La manifestazione e la rabbia dei dipendenti davanti ai cancelli della ditta

Caponago (Monza Brianza), 4 aprile 2019 - Nuovi  esuberi alla Sira e ai cancelli in via Senatore Luigi Simonetta scatta lo sciopero a oltranza. Questa volta le eccedenze sono 30 sui 42 addetti rimasti in servizio dei 270 di otto anni fa. Un requiem, per i manifestanti. E’ di nuovo crisi nella fabbrica delle antenne di recente passata dai tedeschi del Gruppo Kathrein agli svedesi di Ericsson. "Ma con questa proprietà la dieta degli ultimi anni non si è interrotta, anzi - spiega Alfonso Cinquegrana delegato Fim Cisl -. La nostra è una storia di ordinaria globalizzazione, di taglio dei costi, di delocalizzazione fra Roma, Messico e Cina". La doccia fredda è arrivata ieri, dopo l’incontro con l’azienda che ha annunciato l’ennesima ristrutturazione. È seguita l’assemblea, al termine della quale, i reparti sono rimasti sguarniti. La proposta della multinazionale è di rimettersi in scia alla trattativa di fine 2017, quando con incentivi il personale scese da 74 unità alle attuali 42. Un accordo che arrivò per evitare il peggio, ma maldigerito dalle maestranze, ormai ridotte all’osso.

Nelle parole e sui volti di impiegati e disegnatori la paura per un futuro incerto e l’impossibilità di scendere a patti. "Siamo tutti 50enni, che significa essere spacciati: troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per ricollocarsi". "Abbiamo figli da crescere e mutui da pagare", aggiungono i dipendenti che parlano di una «storia italiana finita male», la produzione qui era iniziata 30 anni fa e con successo, ma la recessione non c’entra. Nella Silicon Valley brianzola messa in ginocchio dalla crisi, lo stabilimento di Caponago fa eccezione. «Non c’è mai stato calo di commesse, i problemi sono frutto di una riorganizzazione generale decisa dalle case madri con inevitabili effetti collaterali», spiegano i sindacati. «Ci comprano, acquisiscono know-out, e lo portano altrove». Quando la titolarità era tedesca all’Est. Ora, si sceglie nel Grande Nord. L’ultimo piano prevede che nella sede di casa resti solo un piccolo drappello di 12 addetti. «Niente di più», aggiungono i lavoratori in ansia.

Un anno e mezzo fa erano state chiuse le linee, mentre ricercatori e amministrativi si chiedevano quando sarebbe toccato a loro. "E’ arrivato il nostro turno", dicono adesso certi solo che la protesta non si fermerà. "Aspettiamo una nuova convocazione al tavolo, nel frattempo la fabbrica resterà deserta", avvisano quadri e tute blu. Il sindaco Monica Buzzini si è già messa a disposizione delle parti per una mediazione. "Il Comune è aperto, è un tavolo neutro, se posso essere utile sono qui. Il mio pensiero va alle famiglie che in queste ore stanno passando un inferno. Bisogna assolutamente trovare il modo di tutelarle qualunque sia l’esito della trattative. Mettere i più deboli al riparo dagli effetti dell’economia globale è imperativo anche per una piccola amministrazione come quella che guido. Farò una visita al presidio per ribadire che le persone non sono numeri".