Giorgia, 28 anni, da 10 volontaria della Croce rossa di Monza
Giorgia, 28 anni, da 10 volontaria della Croce rossa di Monza

Monza, 18 novembre 2020 -  Poco prima che venissimo travolti da questa seconda ondata, un sabato sera in via Bergamo siamo arrivati per un servizio in seguito a una rissa. Ci siamo trovati in mezzo a tanti ragazzi, tutti vicini, con la mascherina abbassata e il drink in mano. Segno che non avevano imparato proprio nulla da quello che abbiamo vissuto in primavera". Giorgia era in prima linea anche allora. Quando ancora "andavamo verso l’ignoto". Quando "sapevamo poco o niente di questa infezione". Oggi, invece, "te ne accorgi dagli occhi, dallo sguardo che ti rivolge, se una persona fa fatica a respirare". E adesso l’età si è abbassata: 50-60 anni. Anche ragazzi ventenni.
Usciti dal primo lockdown è iniziata l’estate. Poi sembrava tornata la “normalità“, fino a quando è scoppiata la seconda ondata.

Qual è stato il primo pensiero?
"È già troppo tardi. Avendo vissuto la prima ondata, quando ho avuto la consapevolezza di dire “ok, stiamo tornando a marzo“, in un paio di giorni si è scatenato l’inferno. Prima c’era una situazione sospesa. Arrivavamo da un’estate in cui eravamo tornati anche a fare i servizi normali, più intossicazioni etiliche, più incidenti piuttosto che i classici malori. Quando poi, salendo in ambulanza, le attivazioni sono diventate sempre più e solo legate a problematiche infettive e respiratorie, allora lì eravamo già dentro al Covid. E quando il San Gerardo ha chiuso il pronto soccorso ai codici verdi mi sono detta “aiuto“. Perché non è mai capitato. Nella prima ondata eravamo noi ad andare a Bergamo, ora tocca al San Gerardo dover chiedere aiuto".

Come è cambiato il lavoro?
"C’è stato un giorno in cui le ambulanze erano ferme nei pronto soccorso della Brianza con su i pazienti e Areu richiedeva macchine aggiuntive. Noi abbiamo garantito la terza ambulanza nel giro di 45 minuti. È un momento veramente delicato. Di media abbiamo 26 attivazioni al giorno. Ma adesso i tempi per un servizio sono diversi rispetto alla normalità: capita anche che un’ambulanza attenda 5-6 ore fuori da un ospedale prima che il paziente venga accettato dal triage. E questo vuol dire 5 ore di un’ambulanza che resta ferma. E poi sono cambiati anche i tempi del prima e del dopo di un servizio. Appena arriva la chiamata dobbiamo avere il tempo di bardarci e, una volta accompagnato il paziente, occorre sanificare completamente l’ambulanza. È importante essere rigorosi e scrupolosi per poi essere sicuri".

Questo aggiunge un pesante carico emotivo a ogni turno...
"Oggi, quando un equipaggio parte, dà per scontato che tutto quello c’è fuori sia Covid. Per evitare di contagiarci. Un soccorritore in meno è una persona in più che sta male e non ha l’ambulanza. L’attenzione è altissima: io guardo il collega e il collega guarda me, una gomitata per dire “occhio“ se qualche passaggio viene saltato. La vestizione ha una sua “sacralità“. Perché abbiamo paura tutti di portare a casa il Covid. Ci sono storie di soccorritori che sono stati contagiati. E tutti i giorni si ammalano. Adesso gli uomini stanno cadendo. Ormai mi dà fastidio la vista di una bottiglia di alcol per disinfettare. Durante la prima ondata usavo talmente tanto disinfettante per le mani che il computer non mi riconosceva più l’impronta digitale perché il polpastrello era cotto. Per adesso a quel livello non ci sono ancora arrivata...".

Eppure andate avanti. Nonostante la paura, nonostante le notti insonni in ambulanza prima di andare al lavoro. Nonostante i sacrifici e le rinunce con le famiglie. Cosa vi aiuta a non cedere davanti al peso delle paure e della sofferenza di chi andate a soccorrere?
"Parlare e condividere i propri penonzasieri con il resto dell’equipaggio aiuta. Quando arrivi a casa fai la doccia e provi a mettere ordine nelle emozioni".

Ci sono ricordi o parole che le sono rimaste impressi?
"Nella prima ondata, quando si faceva fatica a trovare guanti e mascherine, ricordo di essere andata a prendere un signore anziano e la moglie, prima di salutarlo, gli ha dato i guanti da cucina perché non ne avevano di altri. E mi è venuto da piangere. Non scorderò nemmeno le parole che mi ha rivolto una figlia per il papà: “Prendetevi cura di lui“. Non è facile poi tornare a casa e resettare tutto come se nulla fosse. Noi lo sappiamo che li portiamo in ospedale, dove resteranno soli".

E quando finisce il turno?

"Non ho mai voluto ripensare a chi avevo soccorso. Una forma di autodifesa. In questo momento, invece, me li ricordo di più. Perché è un momento troppo strano che ci ha tolto troppe certezze. Ci si porta a casa di più".

E se domattina le dicessero è finito tutto, qual è la prima cosa che farebbe?
"Abbracciare le persone. Comunque, il Covid non riuscirà a spegnere il mio sorriso".