Felice Pulici
Felice Pulici
Sovico (Monza e Brianza), 27 marzo 2016 - Certe storie possono partire da poco. Per esempio, da un pallone bucato. "Eravamo poveri, un pallone era una conquista e in occasione della prima comunione mio padre operaio arrivò a casa con un pacco regalo: dentro ce n’era uno. Quella notte ci andai a dormire assieme e, al mattino, chiamai tutti gli amici per giocarci... peccato che dopo un tiro la palla finì sotto le ruote del bus e scoppiò".

E?
"Lo riempii di paglia e stracci e presi a giocarci da solo lanciandolo contro il muro e riprendendolo al volo. Per ore. E diventai un portiere".
Stiamo parlando di Felice Mosè Pulici da Sovico, destinato negli anni Settanta a vincere uno scudetto – storico – con la Lazio di mister Maestrelli e Chinaglia. Una leggenda per i tifosi biancocelesti prima di diventare dirigente (pure negli anni dei trionfi, finanziariamente controversi, dell’era Cragnotti), dottore in legge, paladino dei sordomuti. Persino cultore di Sant’Agostino...

Allora, da dove cominciamo?
"Sono nato il 22 dicembre 1945 a Sovico. Papà lavorava alle acciaierie Falck di Sesto San Giovanni, mamma casalinga, un fratello maggiore...".

...e pochi quattrini.
"Le mie origini sono umili: coi soldi che guadagnava, mio padre si comprò il terreno dove costruì casa nostra. E per tre anni, dagli otto in avanti, a crescermi furono alcune zie".

Perché?
"Mia madre si era buscata la tubercolosi e dovette restare per tre anni in sanatorio. Per fortuna c’era il paese a proteggerti e starti vicino".

Scuola?
"Andai al Mosè Bianchi di Monza per diventare geometra. Fra i miei compagni, ma un anno più avanti, c’era Adriano Galliani...".

Intanto, aveva cominciato a giocare a pallone.
"All’oratorio di Sovico. D’estate, mentre i più ricchi andavano in villeggiatura, ci trascorrevo tutta la giornata. Durante l’anno però si giocava soprattutto per strada, cappotti e cappelli a fare da porta. E il pallone era la cosa più importante, solo che da noi lo portava un ragazzino coi soldi e un po’ odioso...".

Finché non arrivo il suo, di pallone...
"Bellissimo, di cuoio vero, con le stringhe e la siringa per gonfiarlo".

E andò subito distrutto. Ma lei si scoprì portiere.
"Imparai a tuffarmi nel corridoio di casa. Oppure usando i materassi dei letti come trampolino. Amavo già il ruolo del portiere, Gilmar del Brasile ai Mondiali del ‘58 era il mio idolo: tagliavo le vecchie federe per legarle sopra un maglione verde su cui scrivevo Brasil... e sognavo. In Italia, come portiere adoravo Ghezzi, il suo modo spericolato di stare fra i pali, lo chiamavano kamikaze".

Come lei?
" (ride) no, io puntavo sul senso della posizione".

E poi?
"Il primo cartellino lo firmai ad Albiate".

E dopo diverse traversie fra Lecco, Seregno e Sovico...
"...mi prese il Lecco, appena retrocessa dalla serie A".

Eppure coltivava ancora un vecchio sogno...
"Col diploma da geometra, avevo cominciato a progettare case con mio cognato. Mi piaceva, ero molto bravo soprattutto a fare le strade. Il mio sogno un giorno era di andare a Novara all’Istituto Geografico De Agostini per occuparmi di strade e topografia...".

E invece a Novara ci andò, ma da calciatore.
"Mi presero in serie C e vincemmo subito il campionato".

E quell’estate?
"Mi chiamò mio suocero – intanto mi ero sposato – e mi comunicò che mi aveva preso la Lazio!".

Fu la sua fortuna.
"Per due stagioni fui il portiere meno battuto della serie A. Il primo anno lo perdemmo a cinque minuti dalla fine, ma il 12 maggio 1974, dopo un rigore di Chinaglia, vincemmo il primo scudetto nella storia della Lazio".

E a Roma fu delirio...
"In più dopo quella partita mi chiamarono per dirmi che era nato Gabriele, il mio secondo figlio (Michela era nata mentre ero in ritiro col Novara, per ultima nacque Raffaella)".

Era all’apice della carriera.
"Eppure mi persi i Mondiali del ’74 in Germania, ma alla Lazio furono cinque anni meravigliosi".

Finché le cose non si guastarono e le toccò scendere di categoria... per venire, nel 1977, al Monza in serie B.
"All’inizio non fu semplice accettarlo, eravamo anche ultimi in classifica, ma cominciammo una rimonta incredibile che ci portò a sfiorare la serie A. Era un grande Monza, con un presidente eccezionale, Giovanni Cappelletti: ho ancora i brividi quando ci ripenso, fu lui a chiamarmi di persona per convincermi a venire al Monza".

E poi a Monza aveva un pezzetto di cuore...
"Vero: quell’anno abbandonavo la serie A ma tornavo a casa, alla squadra che vedevo giocare da bambino con papà al vecchio stadio Sada. E alla Brianza sono rimasto sempre legato, ci torno tutt’ora".

Da giocatore, dopo Ascoli, chiuse alla Lazio, dove iniziò anche la carriera da dirigente. Dal Settore Giovanile...
"Ho creato la prima scuola calcio del calcio professionistico, da cui uscirono Nesta e Di Vaio".

...alle aule di tribunale: si era rimesso a studiare.
"Mi sono laureato in Diritto romano. Mi sono specializzato in diritto sportivo, seguivo da dirigente tutte le cause di disciplinari".

Nel 2002 ha fatto una scelta controcorrente.
"Ho deciso di studiare per tre anni la lingua dei segni... e sono rimasto per 10 anni nella Federazione Sport Sordi Italia, di cui sono stato anche commissario straordinario: un mondo fantastico, popolato da persone straordinarie".

Perché volle entrarci?
"Me lo sentivo si da piccolo. Nella mia Sovico c’è una via dedicata a monsignor Giovanni Terruzzi (fra l’altro parente della mia futura moglie!), che fondò a Milano una delle prime Case del Sordoparlante. E io ne ero sempre stato molto incuriosito, fin da piccolo. Ogni volta che ci passavo davanti ne chiedevo conto a mia madre...".

In letteratura si parla della “solitudine” del portiere...
"Non ci sto.. quello del portiere è il ruolo più bello, fa crescere una persona: devi risolvere i tuoi problemi da solo, ma nella mia casetta che era la porta io parlavo con il mondo, col Padreterno, con la Madonna, con i parenti, con gli amici".

Cosa pensa il portiere quando è in porta?
"È sempre quello che si piglia tutte le colpe, ma io mi costruivo nella mente la partita già dalla sera prima, indovinavo cosa sarebbe potuto accadere e spesso andava così".

La partita più bella?
"Lazio-Roma del 1976, Giordano segna il gol della vittoria e io quel giorno paro di tutto. Sentivo che Maestrelli, il nostro allenatore, che sarebbe morto quattro giorni dopo per un tumore, quel giorno era lì con me".

La parata più bella?
"Contro Rivera, a San Siro. Fischiano un calcio di rigore e a batterlo arriva lui, il mio idolo da giocatore, fresco di Pallone d’oro... ma io mi tuffo e paro! Mi alzo e faccio per andarmene: Concetto Lo Bello, l’arbitro, sgrana gli occhi e mi chiede: “Dove vai?”. E io: “Un orgasmo così non lo proverò mai più, voglio tornare a casa...".

Non si è fatto mancare nulla: ha collaborato con Federcalcio e Coni... e si è candidato con Francesco Storace!
"...ma non era mia volontà far politica. Sono sempre stato di centrodestra sì, ma il mio grande riferimento era Amintore Fanfani".

Un cattolico di ferro: e Sant’Agostino?
"È come un fratello e viene con me da mattina a sera. Ho letto Le Confessioni vent’anni fa e non l’ho più abbandonato. “Dov’è il cielo di questo cielo?” è la mia citazione preferita”".

La felicità per Felice Pulici?
"La ricerca della verità. E, per un portiere, non prendere mai gol... perché quando sei in porta hai solo un compito: devi difendere la tua casa".