Giussano (Monza e Brianza), 13 marzo - Si dice che il battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Reginald Green lo ha imparato sulla sua pelle. Ha 89 anni, capelli bianchi e occhi chiari, corporatura minuta ma una forza di volontà d’acciaio, ogni giorno si alza alle 5 del mattino per camminare 2 ore. E trascorre gran parte dell’anno a viaggiare per il mondo e incontrare persone a cui raccontare la sua storia e la sua battaglia. Spesso proprio in italia, dove tutto ha avuto inizio 24 anni fa. Estate 1994. Reginald era in vacanza nel Sud assieme a moglie e due figli: la piccola Eleanor, 4 anni; e Nicholas, l’ometto di casa, 7 anni. Due balordi decisero di inseguirli e rapinarli sulla Salerno-Reggio Calabria. Spararono. Colpirono Nicholas che morì dopo lunga agonia. Mentre l’Italia sgomenta seguiva sui tg quell’episodio, i genitori di Nicholas fecero qualcosa di apparentemente semplice e straordinario: decisero di donare gli organi del proprio figlio. Cinque persone ne ebbero in dono la vita. Due la vista. A quei tempi, donare gli organi dalle nostre parti non era pratica molto diffusa. Dopo quel caso Reg e Meg Green, quando fu piu grande anche Eleanor, iniziarono a portare in giro il loro esempio. In Italia, le donazioni di organi triplicarono e ancora oggi sono ai primissimi posti nel mondo. Migliaia di persone sono vive grazie a quegli organi. “Nicholas Effect”, lo hanno chiamato. “Effetto Nicholas”. Ricordate la farfalla?

Mister Green cammina rapido per l’albergo di Giussano dove è venuto a “trovare” gli amici della sezione locale dell’Aido (e di quella di Origgio, provincia di Varese). La battuta sempre pronta, il sorriso contagioso, in Italia ormai è di casa. Da 24 anni ci torna ogni volta che qualcuno lo invita a parlare della cosa che gli sta più a cuore: la donazione di organi. Stavolta poi ha saputo (è molto attento) del padre di Livorno che voleva a tutti i costi sentir battere ancora una volta il cuore di suo figlio nel petto di chi lo aveva ricevuto in dono.

Mister Green ne sa qualcosa.

"Ho conosciuto le 7 persone che 24 anni fa ricevettero gli organi di mio figlio. Cinque sono ancora vive e mi sono tenuto in contatto con loro. Bisogna agevolare il contatto tra le famiglie dei donatori e quelle dei riceventi".

Negli Usa è così.

"La premessa è che questo incontro fra le due parti avviene solo se entrambe sono d’accordo al 100%. Il procedimento negli Usa prevede che una delle due parti scriva al proprio ospedale per chiederlo. L’ospedale fa da intermediario garantendo l’anonimato. E prima ancora che l’altro abbia accettato, l’ospedale può dare informazioni generali su chi ha ricevuto l’organo, a volte già questo può bastare. Il contatto col ricevente può essere molto importante dal punto morale",

Perché?

"Si supera quel senso di colpa che i riceventi a volte si portano dietro per essere vivi alle spalle di qualcun altro. Le farò un esempio".

Prego...

"Il fegato di Nicholas andò a Mariapia, una ragazza di 19 anni di Messina. Ma quando questa ragazza si svegliò e seppe che il suo fegato era appartenuto a un bimbo di 7 anni, morto come era morto Nicholas e di cui parlava tutta l’Italia, si sentì molto male".

E dunque?

"Andammo a incontrarla, 4 mesi dopo. Mia moglie Margareth disse: “non piangere, se non lo prendevi tu quel fegato lo avrebbe preso un altro”. E quella ragazza smise di sentirsi in colpa".

Serve anche alla famiglia di chi dona.

"Assolutamente, ero cosi contento che “my little boy”, il mio piccolo, avesse salvato 5 persone e ridato la vista ad altre 2".

Si chiede ancora se ne sia valsa la pena?

"Era la sola cosa da fare. Non ce l’ho mai avuta con l’Italia, chi uccise nostro figlio erano due banditi. Mia moglie Meg ed io non sapevamo a chi sarebbero andati gli organi, ma quando li abbiamo incontrati e ho iniziato a immaginare cosa sarebbe capitato se avessi detto di no, ecco... non mi sarei mai riuscito a dare pace. Prima di allora non avevo mai pensato alla donazione degli organi, non avevo mai firmato nessun modulo o carta del donatore, ma quando l’ho fatto non ho avuto dubbi".

Ha cambiato la storia. Come il battito d’ali di una farfalla.

"I numeri sono inconfutabili, quando li leggo so che l’“Effetto Nicholas” ha salvato tante persone ed è ancora più chiaro quando le incontro. Nicholas è diventato il più famoso donatore del mondo".

In Italia oltre 100 fra strade, scuole, parchi portano oggi il nome si suo figlio.

"Le persone ricordano. L’altra sera ero al ristorante, c’era una cameriera che non sapeva nulla di me ma quando qualcuno gliene hanno fatto cenno ha detto subito: “Da bambina ho sentito questa storia”. Capita spesso. Se poi la cameriera è anche carina, come l’altra sera, meglio così (ride). Una sera a Roma, a un tavolo vicino al mio c’era seduta una bellissima donna bionda, la vostra showgirl Alessia Marcuzzi. Mi presentai come il padre di Nicholas Green. Quella stessa sera, quella donna scrisse un breve messaggio sulla sua pagina Facebook. Normalmente riceve un migliaio di ‘mi piace’ per i suoi post. Per quello lì furono 39.000, inclusi migliaia di appassionati commenti a favore della donazione degli organi".

Un'ultima parola?

"Voglio dare un messaggio di fiducia a proposito dei contatti tra famiglie dei donatori e dei riceventi. Potrebbe capitare che dall’altra parte siano scontenti, ma in Usa almeno il 50% invece sono felici di aver fatto questo tentativo di incontro, per molti è stata la cosa più bella che potesse capitare dopo il trapianto".