Valerio D'Ippolito, referente brianzolo di Libera, durante il suo pellegrinaggio per Lea G
Valerio D'Ippolito, referente brianzolo di Libera, durante il suo pellegrinaggio per Lea G
 
Monza, 6 dicembre 2018 - Un numero spropositato di beni confiscati alla criminalità organizzata. E un dato allarmante: le amministrazioni locali non li vogliono. Il quadro esce dalle parole sferzanti pronunciate da Valerio D’Ippolito, referente brianzolo di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Proviamo a capire meglio. "La situazione dei beni confiscati in Brianza? Disastrosa". 
Perché? 
"Quando 8 anni fa ci siamo costituiti in Brianza come sede territoriale di Libera, i beni confiscati alla criminalità organizzata erano una cinquantina. Negli ultimi anni, a suo di inchieste, c’è stata però un’esplosione".
Vale a dire?
"Oggi i beni confiscati sono diventati 322!".
Di cosa si tratta? 
"C’è di tutto: ville, terreni agricoli, box, magazzini, attività commerciali... Una novantina di appartamenti".
La Brianza è terra fertile per la criminalità organizzata?
"La ’ndrangheta soprattutto. Le inchieste che si sono susseguite in questi anni lo hanno dimostrato, la ’ndrangheta è forte soprattutto nei paesi. E ci sarebbe una sorta di patto con la camorra, a cui resterebbe il dominio su Monza città".
Anche Monza, il capoluogo, ha beni confiscati?
"Certo, ma di meno: 7. Mentre la palma in Brianza è a Giussano, dove sono una cinquantina".
Niente male, per un comune di 25.925 abitanti.
"Ma quasi nessuno è intonso. Sono in tanti i comuni brianzoli coinvolti, chi più chi meno".
Quanti?
"Per la precisione, 33".
Eppure...
"Nessuno o quasi sembra volerli riutilizzare, la gente spesso ignora l’esistenza di questi beni".
Come fa a dirlo?
"L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata invia ciclicamente un’informativa alle amministrazioni locali per metterle al corrente di cosa si trova sul loro territorio e si potrebbe tentare di restituire alla comunità".
E?
"E sono spesso accolte da un silenzio assordante".
Perché?
"Perché fare l’antimafia costa, in termini di consenso innanzitutto. Si rischia di perdere voti. C’è una disattenzione generalizzata attorno a questo fenomeno".
Magari è costoso?
"Esiste un fondo regionale che prevede circa un milione e mezzo di euro per aiutare le amministrazioni a riutilizzare questi beni".
O forse è troppo complicato...
"Basta coinvolgere le associazioni del territorio per costruire un progetto di riutilizzo, poi lo si sottopone all’Agenzia...".
Se nessuno vuole questi beni, cosa accadrà?
"Il Governo ha in mente di rimetterli in vendita... La ’ndrangheta sarà felice di ricomprarseli".
E si torna alle elezioni...
"Occuparsi di questi argomenti serve solo in campagna elettorale, un contrasto serio alla criminalità organizzata costa caro, non è semplice e non porta consenso".