Elena Caccialanza e Massimo Carati
Elena Caccialanza e Massimo Carati

Lissone, 24 febbraio 2018 - Costretta a dormire all’addiaccio, rannicchiata sul sedile posteriore di una vecchia Fiat Punto, nostante una grave malattia invalidante che l’affligge ormai da parecchi anni. Un’incredibile storia quella di Elena Caccialanza, 77 anni originaria di Lodi ma da tempo residente in Brianza assieme al figlio Massimo Carati con il quale condivide questi momenti di estrema indigenza. Due bravissime persone che con grande riservatezza e dignità cercano di sbarcare il lunario. Da quasi una settimana mamma e figlio sono costretti a dormire in macchina dopo essere stati scacciati per morosità dal centro residenziale di via Botticelli a Lissone.

«Purtroppo - ha dichiarato Massimo Carati - non siamo riusciti a fronteggiare il debito che si era accumulato negli ultimi mesi. Il direttore ci ha posto delle scadenze che non potevamo sottoscrivere e così ci siamo ritrovati per strada. La mia più grande preoccupazione è la mamma che ha subito una doppia embolia polmonare e che quindi ha bisogno di cure, medicine e soprattutto di un ambiente caldo dove riposare. L’automobile non è certo la soluzione migliore».

Appartenenti a due famiglie lombarde doc, Elena Caccialanza e Massimo Carati chiedono un tetto sotto il quale potere dormire tranquilli: «Abbiamo sempre pagato fintanto che lavoravo. Oggi possiamo contare solamente sulla minima pensione di reversibiltà di mia mamma. Settecento euro che servono solo per pagare le medicine assai costose e l’unico pasto che possiamo permetterci nell’arco della giornata».

I guai per Elena e Massimo sono iniziati nel 2015 quando furono costretti a lasciare il piccolo appartamento in affitto dove abitavano a Concorezzo. Massimo aveva un lavoro come custode addetto alla sicurezza. Una occupazione sfumata a causa della chiusura della ditta dove lavorava: «Inizialmente i servizi sociali del comune ci hanno trovato una sistemazione provvisoria presso alcuni ostelli di Monza. Poi mia mamma, a causa della malattia, è stata ricoverata in una struttura a Casalbeltrame presso Novara ed io ho resistito dormendo in auto. Raccimolavo qualche soldo grazie ad una borsa di lavoro regionale come informatico a 300 euro mensili. Nel luglio scorso mia mamma è stata dimessa ed è tornata a vivere con me. Il comune di Concorezzo ci ha pagato i primi due mesi al centro di via Botticelli a Lissone. Per alcuni mesi abbiamo regolarmente pagato i 720 euro mensili . Purtroppo mia mamma è caduta procurandosi la frattura di una gamba. I pochi soldi che avevamo se ne sono andati per l’acquisto delle costose medicine e per la riabilitazione».

Anche la burocrazia sta mettendo i bastoni tra le ruote : «Ci siamo rivolti al comune di Lissone - ha affermato l’uomo alla disperata ricerca di un lavoro - in attesa del cambio di residenza. I servizi sociali ci hanno risposto che ci vuole del tempo prima che possano prenderci in carico. Anche la possibilità di andare a dormire in un dormitorio ci sta creando problemi perchè bisogna aspettare i tempi burocratici delle vaccinazioni obbligatorie. Intanto non sappiamo proprio dove andare a dormire».

Quella di mamma Elena e del figlio Massimo non è che la punta emergente di una povertà che anche in Brianza si sta allargando a macchia d’olio. Si fa un gran parlare degli aiuti giustamente distribuiti agli immigrati ma con altrettanta equità bisognerebbe provvedere alle necessità di tante altre persone che, certamente con minore visibilità, sono costrette a chiedere aiuto per superare un momento di grave difficoltà. In questi casi i servizi sociali non possono certo trincerarsi dietro le carte e la burocrazia ma dimostrare tutta la loro incisività a risolvere l’emergenza.