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2 giu 2022

"L’azienda integrava la cassa", ma gli ex Bames protestano

La dichiarazione in aula del presidente imputato per bancarotta fraudolenta Luca Bertazzini ha suscitato malumori

2 giu 2022
Il presidio di protesta dei lavoratori della Bames, rimasti in mezzo a una strada
Il presidio di protesta dei lavoratori della Bames, rimasti in mezzo a una strada
Il presidio di protesta dei lavoratori della Bames, rimasti in mezzo a una strada
Il presidio di protesta dei lavoratori della Bames, rimasti in mezzo a una strada
Il presidio di protesta dei lavoratori della Bames, rimasti in mezzo a una strada
Il presidio di protesta dei lavoratori della Bames, rimasti in mezzo a una strada

Scontro tra gli ex lavoratori parti civili presenti in aula e l’ex presidente imputato Luca Bertazzini ieri al processo al Tribunale di Monza per la presunta bancarotta fraudolenta della Bames, ex Ibm fiore all’occhiello della Silicon Valley brianzola e finita invece per chiudere i battenti nel 2013 lasciando a casa 850 dipendenti. Motivo del contendere le dichiarazioni di Bertazzini sulla presunta integrazione della cassa integrazione, che hanno spinto i lavoratori ad intervenire con la secca replica "non è vero" risuonata in modo così plateale che il presidente del collegio di giudici ha dovuto ricordare che non è permesso intervenire con commenti mentre un imputato si sta sottoponendo a interrogatorio e che nel suo ruolo gli imputati possono difendersi in ogni modo se non coinvolgono altre persone.

"In Bames non c’era distinzione tra i dipendenti che erano in cassa integrazione e quelli che non lo erano perché tutto il delta tra la cassa integrazione e lo stipendio veniva versato dall’azienda - ha detto Luca Bertazzini a domanda delle avvocate di parte civile che rappresentano gli ex lavoratori al dibattimento - Fu fatto un accordo sindacale, i lavoratori non dovevano chiedere un anticipo del Trattamento di fine rapporto, almeno io l’ho sempre saputa così. Altrimenti quando il lavoratore veniva dismesso perdeva una parte del Tfr". Gli ex lavoratori negano decisamente che le cose siano andate così e per questo hanno sbottato nervosamente. "Per avere un’integrazione alla cassa integrazione si doveva chiedere un anticipo del Tfr oppure chiedere un prestito oneroso. Soltanto forse in un primo periodo l’azienda ha anticipato la quota della cassa integrazione per non aspettare che venisse versata dall’Inps, ma non ha mai integrato la parte mancante tra la cassa integrazione e lo stipendio. Chi di noi non riusciva ad arrivare alla fine del mese ha dovuto chiedere anticipi del Tfr e si è ritrovato all’insinuazione del fallimento a non potersi neanche rivalere su quelle somme perché già utilizzate", hanno sostenuto invece gli ex dipendenti. Con Bertazzini sono accusati a vario titolo Vittorio Romano Bartolini, ritenuto con i due figli Selene e Massimo (già condannati a 4 anni e 8 mesi in abbreviato e al risarcimento per danno morale di 5.000 euro a ciascuno della settantina di lavoratori che si erano costituiti parte civile al processo) amministratore di fatto della Bames, un altro manager, tre professionisti membri del collegio sindacale e anche l’israeliano Cats Oozi come ex amministratore di Telit Italia. Sotto accusa un contratto di lease back e un finanziamento con cui Bames ha ottenuto circa 87 milioni di euro. Denaro che, in base alle ricostruzioni della guardia di finanza, coordinata dalla Procura di Monza, è servito per acquistare partecipazioni in altre società e per finanziare altre aziende del Gruppo, mentre Cats Oozi è imputato di avere dissipato 16 milioni di euro ai danni della Bames a favore di Telit Communication attraverso la controllata Telit Wireless Solutions. Si torna in aula il 16 giugno quando dovrebbero iniziare a sfilare i testimoni convocati dalla difesa degli imputati.

Stefania Totaro

© Riproduzione riservata

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