Totò in una scena del film "Miseria e nobiltà"
Totò in una scena del film "Miseria e nobiltà"

Monza, 5 gennaio 2020 - Sua altezza il principe Sergio Ghediminas Gahitzyne erede al trono di Lituania finisce nelle carceri di via Mentana. Succede nel 1970 a Monza. Ma non ci sono complicazioni diplomatiche o crisi politiche dietro questo evento, visto che “sua altezza” erede al trono non lo era per niente. Una vicenda curiosa e a suo modo divertente scaldò per qualche giorno le cronache cittadine cinquant’anni fa.

Protagonista di questa vicenda  - che ricorda per certi versi film come "Miseria e nobiltà" con Totò o "Il Conte Max" con Alberto Sordi e Vittorio De Sica - non è però un personaggio dal sangue blu, non è un nobile, ma piuttosto un volgare - quanto raffinato nei modi - truffatore. Il suo vero nome corrispondeva a quello di Sebastiano F., non era lituano di origine ma era nato ad Avola, in provincia di Siracusa. Cinquantadue anni ben portati, la sua ultima attività conosciuta era quella di farsi mantenere da una famiglia di Monza, dove si era sistemato e dove si dava da fare distribuendo a destra e a manca titoli nobiliari fasulli al prezzo di ventimila lire cadauno. La famiglia che aveva accettato di ospitarlo non aveva ottenuto neppure una briciola per il suo mantenimento, ma era stata gratificata – si fa per dire e in assoluta buona fede – del titolo tanto prestigioso quanto posticcio (ma del tutto onorifico, aveva assicurato lui) di “principi di Danzica”. II personaggio viene arrestato dagli agenti del commissariato di polizia di Monza dopo che tutte le questure e i commissariati della Penisola erano stati informati che in Italia moltissime persone, troppe per non destare sospetti, da un po’ di tempo a quella parte andavano in giro spacciandosi per addetti dell’ONU, diplomatici della Repubblica Somala e così via, rifilando come credenziali documenti diplomatici, carte di credito internazionali, manciate di dollari e titoli nobiliari, ovviamente falsi.

E le tracce di questo strano movimento portano un giorno a Monza, dove il falso principe di Lituania si presenta in una tipografia e ordina di preparare le copie di alcuni attestati in suo possesso. All’inizio tutto fila liscio, fino a quando il finto principe non manda la padrona della casa presso la quale alloggia nella stessa tipografia per far stampare una serie di blocchetti di assegni intestati alla fantomatica banca “Galitzyne”. In tipografia cominciano a nutrire qualche dubbio. Il passo falso però è dietro l’angolo. E si consuma quando il principe manda di nuovo la sua padrona di casa a far stampare qualcosa per lui: solo che stavolta si tratta di passaporti diplomatici dell’ONU e della Repubblica Somala con gli emblemi delle Nazioni Unite. In tipografia però non intendono questa volta dare corso a quella che somiglia tanto a una colossale truffa: perché un conto è stampare semplici pezzi di carta, un conto dei presunti passaporti. Decidono così di allertare la polizia.

Un appostamento fuori dalla tipografia consente agli agenti di cogliere sul fatto la padrona di casa e di chiederle ragione dei suoi andirivieni. Quest’ultima, stupita, risponde che a incaricarla di far fotocopiare quelle carte così importanti è stato nientemeno che sua altezza il principe Sergio, che da qualche tempo si trova ad alloggiare a casa sua. Siamo alla soluzione del caso. Gli agenti della polizia vanno a citofonare nella casa in cui alloggia il principe e si vedono aprire la porta da una ragazzina di 14 anni: “Mio marito non c’è” dice. "Suo marito?” è la domanda stupefatta degli agenti. “Certo, io sono la principessa di Varsavia, moglie del principe Galitzyne”. Un dialogo surreale, ma che serve al principe per guadagnare tempo, anche se - per sua sfortuna - i poliziotti lo afferrano ugualmente prima che riesca a calarsi dalla finestra per darsela a gambe.

In commissariato, il principe prova a giustificarsi affettando una certo orgoglio ferito: la ragazzina “è davvero mia moglie – spiega – l’ho sposata a Parigi per procura nella cattedrale di Notre Dame”. Quando viene messo alle strette salta fuori però il vero nome del principe. E un rapido controllo negli schedari porta gli agenti a ricostruire il suo vero passato. Si scopre così che un uomo col suo nome risulta ricercato dalla procure di mezza Italia. Viene portato in cella ma non si sa come si sia conclusa la sua vicenda giudiziaria. Si sa soltanto che la moglie bambina, che innocentemente credeva davvero di essere diventata principessa, risultò beneficiaria di un testamento che la lasciava padrona di 75 milioni di dollari depositati nelle banche di mezzo mondo a nome del principe consorte. Quanto alla fine sia davvero riuscita a raggranellare, però, è un mistero.