Selene Biffi
Selene Biffi

Mezzago (Monza), 1 giugno 2020 -  «Sarà che gli ultimi 10 anni li ho passati avanti e indietro da zone di conflitto e che tutti mi dicevano che a New York avrei avuto una vita facile, ma da quando sono qui mi sono ammalata - influenza? bronchite? febbre? Chi lo sa - con termometri e farmaci esauriti già da inizio anno, e senza la possibilità di fare un tampone. Mi sono rifiutata di spendere 300 dollari per farmi prendere la temperatura e ho tirato avanti come ho potuto, da sola. Un’anima pia mi ha poi inviato termometro, medicine e sapone via posta, anche quello non si trovava più. A Mogadiscio, quando presi la polmonite e il medico mi disse che mi restavano due settimane di vita se non fosse intervenuto subito, mi curarono gratis".

La vita (dura) in America al tempo del Coronavirus di Selene Biffi, bocconiana con la passione dell’impresa sociale. La startupper brianzola è una specie di re Mida dell’innovazione, lo sguardo sempre tenuto ben fermo sui diritti umani, abituata ad operare in zone ad alto rischio. La prima startup, Youth Action for Change, l’ha fondata a 22 anni: con un budget di 150 euro forma online giovani di 130 paesi. A Kabul ha aperto, ricollegandosi all’antica tradizione locale dei poeti-musicisti ambulanti, The Qessa Academy, la scuola per cantastorie. A Mogadiscio (Somalia) è andata a formare imprenditori sociali e lanciare per conto delle Nazioni Unite “Sorride“, un incubatore per startup sociali. "A Mogadiscio ho vissuto gli ultimi 2 anni e mezzo", racconta. A New York si è trasferita a gennaio come consulente Onu per l’innovazione.

Non vuole accusare nessuno, ma l’esperienza degli ultimi mesi dominati dalla pandemia l’ha toccata nel profondo e l’ha raccontata su facebook. Essere un consulente Onu non aiuta neppure nella patria delle democrazie liberali in un momento così difficile: "Se uno pensava di venire qui a trovare l’America - fare networking, cambiare lavoro, lanciare una nuova startup da zero - purtroppo capita nel momento sbagliato, dato che 26 milioni di persone hanno perso il lavoro causa Covid, l’economia è quasi al collasso al momento e le priorità sono cambiate. La lotta per la sopravvivenza è spietata, le file di chi aspetta un pasto gratuito offerto dal comune o è costretto a dormire per strada sono diventate sempre più lunghe".

E aggiunge : "Mi sentivo sinceramente molto più sicura a Kabul (autobombe e attentati a parte, ovviamente), con posti di blocco ogni 500 metri o giù di lì, per strada. Qui invece mi sono imbattuta in gente che fuggiva da palazzi con coltelli in mano, alterchi violenti di ogni genere e furti". "Un’intolleranza così palese non l’ho mai vista da nessun’altra parte. Se parlo in italiano, francese, spagnolo o altro, noto gente intorno a me che storce il naso, e ho visto scene dove qualcuno urlava “This is the US, we speak English here!“. Dove sia finita la città dove nessuno è straniero, ancora non l’ho capito". Selene capisce che quelli che stiamo vivendo sono tempi non comuni: "Rimango però dell’idea che se non si riesce a diventare persone migliori nemmeno nelle avversità, ecco, di speranza per il genere umano ce n’è rimasta davvero poca allora".