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20 mag 2022

Guerra in Ucraina, "contornare" la Russia per contenere la Cina?

L'ANALISI DI PAOLA OLLA / L'estensione a Nord della NATO, le conseguenze di una sconfitta di Putin, la guerra ibrida, la Special relationship tra Londra e Washington, il rischio di un ruolo gregario della UE, vecchie logiche e nuovi scenari di ordine globale

20 mag 2022
"la lente dello storico" a cura di valentina bertuccio d'angelo
Esteri
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Illustrazione di Arnaldo Liguori
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Illustrazione di Arnaldo Liguori

Aprendo la rubrica "La lente dello storico" il nostro proposito non era soltanto l’inquadramento storico di temi e vicende che coinvolgono l’attenzione dei cittadini in merito alla guerra in Ucraina. Volevamo anche sollecitare i nostri lettori a proporci le loro considerazioni e le loro esigenze di approfondimento. L’appello è stato raccolto. Abbiamo ricevuto molte lettere con osservazioni tutt’altro che irrilevanti. Tra queste, una in particolare è parsa un’efficace sintesi degli argomenti trattati nelle altre. È la lettera di un professore di Storia e Filosofia di una scuola superiore. Racconta le curiosità, i dubbi, le paure, la progressiva diversificazione delle percezioni dei suoi alunni da quando la guerra è cominciata e chiede che questa rubrica li prenda in considerazione. Ne faremo il filo conduttore della nostra conversazione di oggi con la professoressa Paola Olla.

Professoressa, comincio con una domanda suggerita dagli alunni del nostro lettore. Se davvero si vuole la pace, perché la provocazione dell’adesione della Svezia e della Finlandia alla Nato?
“La richiesta di adesione alla NATO presentata dalla Svezia e dalla Finlandia è stato un vero colpo da maestro: salda la barriera difensiva ai confini occidentali della Russia e aggiunge due tasselli importantissimi al segmento nordico dell’Alleanza, irrobustendone il carattere di avamposto europeo della strategia Regaining arctic dominance pensata da Obama, lanciata da Trump e incrementata da Biden".

Usa: "I russi vogliono Severodonetsk, ma la difesa ucraina li spaventa"

Perché è così importante?
"Con lo scioglimento dei ghiacci l’Artico non è ormai più uno spazio di cooperazione scientifica ma l’area di contesa più calda al mondo. La progressiva percorribilità della via marittima permetterà alla Cina di accorciare i percorsi commerciali e di accedere, in competizione con la Russia e con l’Occidente, alle immense risorse dei suoi fondali. A questa sfida ‘artica’ la Russia ha risposto mostrando in modo inequivocabile di non essere disposta a rinunciare alla posizione egemone di cui ha goduto nell’area ma anzi di volerla ampliare accentuando, con l’affinamento delle capacità della marina di adattarsi alle condizioni climatiche proibitive, lo schiacciante vantaggio accumulato rispetto alla NATO. Il 2014 non è stato per la Russia soltanto l’anno dell’annessione della Crimea ma anche l'inizio di una militarizzazione in chiave espansionistica delle frontiere artiche. L’aggressione all’Ucraina ha offerto alla Nato l’occasione per una controffensiva formidabile. Non pare vero ma con una sola mossa Putin ha vanificato ogni sforzo dei suoi predecessori per assicurare alla Russia confini sicuri e vie marittime pervie”.

Alla NATO sta riuscendo un capolavoro. A questo punto Putin è a un bivio, o va avanti con la guerra o si ferma e tratta.
“Per andare avanti con la guerra Putin dovrebbe avere la certezza di poterla vincere. La sconfitta, se avesse come conseguenza l’entrata dell’Ucraina e, come sarebbe probabile, anche della Georgia nella NATO, trasformerebbe il Mar Nero, oltre al Baltico, in un altro lago dell’Alleanza dove la Russia avrebbe poco più che un balcone dal quale affacciarsi. A questo drammatico cambiamento seguirebbe inesorabilmente il crollo anche del sistema di sicurezza a protezione dei confini asiatici. Mosca non sarebbe più in grado né di sedare le irrequietezze del Kazakistan, suo alleato ma attraversato da pulsioni occidentaliste, né di antagonizzare le insidie dell’Azerbaijan né la pressione della Cina sulla Mongolia”.

Sta dicendo che una sconfitta metterebbe a rischio la sopravvivenza stessa della Russia?
“Dico che per sperare di vincere una guerra convenzionale Putin deve averne i mezzi, ma le intelligence anglosassoni asseriscono che non li possiede. E deve poter contare su alleati forti e leali e questi di certo non li ha. Gli alleati della Russia sono tutti infidi instabili e problematici: dal Kazakistan in continuo fermento, alla Bielorussia in ebollizione, all’Armenia in perenne tensione con l’Azerbajian per il Nagorno Karabakh, al Kirghizistan e al Tagikistan contenitori di pericolose sacche jiadiste. Se dovesse venire a mancare la funzione della Russia come fattore di ordine e di stabilizzazione, tutta l’area esploderebbe. E infine il popolo russo. Al momento sembrerebbe compatto attorno al suo capo, ma che cosa succederebbe se il dramma che sta vivendo lo percepisse come il seguito di un colpo di mano in Ucraina pensato male e ancor peggio realizzato e non come la conseguenza di un colpo “preventivo” contro i diabolici piano nella NATO nel Donbass? È psicologicamente preparato ad affrontare una guerra?”.

È possibile che il popolo russo tolga il sostegno a Putin?
“Se i russi si convincessero che la guerra non è inequivocabilmente difensiva non seguirebbero il loro capo con la stessa capacità di resistenza e determinazione con cui hanno seguito Stalin. Putin sta facendo di tutto per convincerli del contrario. Lo si è visto e sentito il 9 maggio: l’accusa alla NATO di aver “tradito” i negoziati di dicembre, l’operazione speciale in continuità con la grande guerra patriottica, la manipolazione della storia per creare un’identificazione tra l’aggressore nazista e la NATO”.

Putin potrebbe riuscire nel suo intento? Alla sua narrazione si contrappone la propaganda dell’Occidente che in un modo o nell’altro arriva anche in Russia.
“Per il principio dell’eterogenesi dei fini i successi diplomatici della NATO e gli sforzi per aiutare l’Ucraina a vincere potrebbero rivelarsi un formidabile argomento a supporto della tesi di un piano premeditato della NATO contro la sicurezza della Russia. C’è il rischio che non solo i russi ne siano suggestionati ma anche i paesi “non allineati” nel conflitto. Non sono aprioristicamente filo-russi ma sono in grandissima parte ostili all’Occidente che considerano da sempre, e oggi più che mai per i contraccolpi delle sanzioni, il vero responsabile dei loro problemi. Tra le loro fila, Putin potrebbe trovare molti amici interessati e perfino gli alleati che attualmente la Russia non ha”.

Se le forze convenzionali russe fossero nello stato che si descrive, non sarebbe logico aspettarsi da Putin una richiesta a breve del cessate il fuoco piuttosto che un attacco alla Finlandia o ad altri confinanti? Quale scenario abbiamo davanti in attesa che giunga il momento dei negoziati?
“Temo che dobbiamo aspettarci la continuazione sia della guerra di logoramento in Ucraina sia della guerra ibrida allargata a tutti i paesi che aiuteranno gli ucraini in vista della vittoria finale”.

Cos’è una guerra ibrida e quanto deve preoccuparci?
“È quella che stiamo combattendo. I paesi della NATO e la UE sono entrati in una guerra ibrida nel momento in cui hanno cominciato a rifornire di armi l’Ucraina e a sanzionare economicamente la Russia. Non l’abbiamo percepito perché in questo tipo di guerra ci si avvale poco dei mezzi militari tradizionali e molto della cibernetica, della psicologia e dell’aggressione economica e finanziaria. I danni possono però essere altrettanto micidiali. Non tuonano gli obici e non sfrecciano i missili né sfilano i carri armati ma la vita dei paesi che vi sono coinvolti ne è ugualmente stravolta. Si muore se ci si trova nella traiettoria di un cannone e si muore annegati se un hacker aziona il dispositivo di apertura di una diga. Si muore di fame e di cancrena perché si è intrappolati feriti in un bunker e si muore di stenti se la catena alimentare si interrompe perché il nemico ha bloccato l’arrivo delle materie prime. Si manipola il pensiero del popolo nemico con un’informazione piena di fake news ma intanto il nemico punta con lo stesso mezzo a conseguire il medesimo risultato. Si ricorre alla censura per contrastarlo e si infligge alla democrazia una ferita che potrebbe ucciderla. Ma c’è dell’altro. La guerra ibrida, a differenza di quella classica, non compatta le alleanze, alla lunga le spacca”.

Sta già succedendo.
“Temo di sì. Le guerre ibride dividono gli alleati, corrodono la tenuta dei governi, frammentano le forze politiche e le società civili. Obbligano a scelte che progressivamente svuotano i valori per i quali si afferma di combatterle. Guardi come si sta comportando la UE. Accusa la Russia di non essere uno Stato di diritto ma la presidente Von der Layen in cambio della rinuncia di Orban al veto sull’embargo al gas russo ha offerto una sorta di condono delle sanzioni applicate all’Ungheria per le misure illiberali in materia di informazione e di giustizia. E che dire del corteggiamento ai tirannelli del Golfo per assicurarsi a un buon prezzo gas e petrolio? E dei provvedimenti discriminatori in materia di accoglienza dei rifugiati? I danni collaterali delle guerre ibride sono meno appariscenti dei morti sotto le bombe ma per le democrazie non sono meno nefasti. La UE da quando è crollato il Muro è spesso venuta a patti con i suoi principi fondanti, mai però come sta accadendo ora”.

Queste contraddizioni i nostri lettori le notano e lamentano i sacrifici che stanno affrontando e l’angoscia per il futuro incerto che hanno davanti. Ne attribuiscono la causa alla subalternità all’America del nostro governo e della UE.
“Più aumenteranno i disagi per i cittadini più crescerà il loro desiderio di pace e la rabbia contro chi prospetta una guerra lunga per raggiungerla. L’antiamericanismo e lo scetticismo nei confronti della UE non si combattono con la retorica filo-americana e la propaganda russo-fobica ma dimostrando coi fatti che l’europeismo e l’impegno per la pace non sono false promesse”.

Ma allora perché la UE fa poco o nulla per spingere Putin ad aprire un negoziato? Non sarebbe un buon momento? Qualche segnale i russi lo stanno lanciando.
“Ma sì che lo si sta facendo, nel modo in cui è prescritto nel documento finale firmato da Biden e da Draghi il 12 maggio: continuando “l’impegno nel perseguire la pace supportando l’Ucraina e infliggendo costi alla Russia”.

Pensa che tra i “costi” potrebbe esserci un cambio del regime attuale?
“Il documento non parla di un cambiamento di regime in Russia ma neppure lo esclude esplicitamente. Menziona invece la parola pace ed è stata una boccata di ossigeno. Avvertivamo tutti il desiderio di sentirla pronunciare da qualcuno che fosse abbastanza autorevole da restituire a questa parola il senso che le è proprio. Anche la comunicazione di voi giornalisti ha cambiato subito tono, avete smesso di parlare soltanto di guerra e avete finalmente cominciato a ragionare di possibili negoziati, di probabili mediazioni e perfino dei contenuti che i due belligeranti avrebbero potuto discutere. E da ieri (giovedì, ndr) c’è sul tavolo del Segretario Generale dell’ONU la proposta di un piano di pace italiano. Il punto critico, come ha detto Draghi, è che ogni decisione in merito all’apertura di un negoziato è in capo ai due belligeranti. Gli altri paesi possono usare della loro influenza per favorirne il buon esito ma è escluso, sintetizzo ancora Draghi, che si possa forzare il governo Zelenski a una pace che non soddisfi tutte le aspettative dell’Ucraina”.

Non trova molta ambiguità nella dichiarazione di Washington?
“Certo, è una formula ambigua ma nelle circostanze date è il massimo che Draghi potesse ottenere da Biden. Consente agli Stati Uniti di non cambiare di una virgola i propri piani e ai governi alleati margini per interpretazioni tattiche che non ne compromettano la strategia di fondo. Ne ricavano spazi di manovra sia gli intenzionati a incrementare l’indebolimento della Russia, sia i governi sospettati di eccessivo atlantismo che si vedano costretti a compiere operazioni diplomatiche in linea con le aspettative di pace delle opinioni pubbliche. Senza violarne la lettera né lo spirito Johnson può correre a Stoccolma e a Helsinki a offrire la protezione militare della Gran Bretagna in attesa della loro adesione alla NATO e il ministro di Maio può presentare a Guterres un piano di pace senza prima passare per il beneplacito di Zelenski”.

L’attivismo di Johnson è impressionante, deve ammettere che la sua iniziativa è parsa quasi una smentita di quanto avevano dichiarato Biden e Draghi solo poche ore prima.
“La garanzia alla Finlandia e alla Svezia è coerente con la necessità di proteggere i due paesi in questa delicata fase di transizione ed è stata sicuramente concordata con Biden. Nella sequenza dei fatti si nota, è vero, una certa incongruenza. Da Washington un pur cauto gesto distensivo, dal viaggio di Johnson a Stoccolma e a Helsinki la più traumatica delle provocazioni. Johnson è molto dinamico. È possibile che sua sponte abbia anticipato un po’ i tempi. Il suo desiderio di primato e l’ansia di ridare smalto alla storica Special relationship tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti può darsi gli faccia compiere mosse un po’ precipitose”.

Che ruolo sta giocando Johnson nell’allargamento della NATO?
“Non del gregario che si accontenta di offrire quando deve la borraccia al campione ma piuttosto del corridore ambizioso che punta a formare un gruppo di testa e a capitanarlo. Johnson è alla conquista della leadership politica del braccio europeo dell’Alleanza e ogni sua mossa è coerente con questo obiettivo. Può succedere che la sua tattica “aggressiva” non sia del tutto coincidente con quella studiata da Biden per convincere le opinioni pubbliche europee delle sue intenzioni pacifiche ma la loro convergenza sulla strategia e sugli scopi dell’allargamento della NATO credo sia totale”.

Ma la UE in tutto questo?
“L’UE è stata e continua a essere un’esperienza di integrazione grandiosa unica al mondo ma non è una nazione. È una pluralità di nazioni percepita dagli altri, nonostante il suo enorme potenziale, come un “club commerciale”. Così l’ha definita Biden durante l’incontro con Draghi sebbene dai resoconti ufficiali non risulti. La diversità da qualsiasi alleato o competitor è all’origine della forza e della potenza della UE ma anche la ragione della sua estrema fragilità. O trova il modo per dotarsi degli stessi poteri decisionali di cui godono gli Stati o il suo ruolo nella NATO e nell’assetto occidentale che si sta delineando sarà quello che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna decideranno di assegnarle”.

Si sostiene però che la UE non goda di autonomia strategica perché finora ha rifiutato di armarsi come avrebbe dovuto.
“Il potenziamento e l’integrazione dei dispositivi militari certamente razionalizzano l’apporto europeo alla NATO ma non garantiscono alla UE un ruolo più assertivo nell'Alleanza. Una partnership più equilibrata col nostro grande alleato l’avremo soltanto con la comunitarizzazione della politica estera oltre che della difesa. Gli Stati Uniti sono egemoni non soltanto perché finora hanno speso molto più della UE in armamenti ma perché sono in grado di strutturare e usare il proprio potenziale militare in funzione degli obiettivi della loro politica estera. La UE non possiede questa capacità. La rappresentazione politica e mediatica dell’esercito comune europeo come “la” soluzione per sottrarre la UE alla subalternità all’interno della NATO è la cortina di fumo dietro la quale si tenta di nascondere l’inquietante realtà di una Europa comunitaria che in materia di politica estera è sempre stata ed è profondamente divisa”.

L’esercito europeo è comunque un primo passo verso il raggiungimento di questa capacità.
“Senza dubbio, ma, insisto, non è sufficiente. Si tende a dimenticarlo, ma nel 1991, quando si aprì la crisi in Jugoslavia, la CEE disponeva di un’organizzazione militare autonoma, la UEO, ottimamente equipaggiata di mezzi e di uomini. Gli Stati membri, allora erano 12, avrebbero potuto utilizzarla sia come deterrente, sia in funzione di peace enforcing. Non è successo perché quando, con molto ritardo, hanno preso in considerazione il ricorso alla UEO si sono accorti che sugli obiettivi da raggiungere con l’intervento armato il loro disaccordo era assoluto. Non è mancato un esercito, è mancata la compattezza politica ed è per questo che nella questione sono intervenuti gli Stati Uniti. Non si è mai riflettuto abbastanza su questo momento tragico della storia europea, se lo si facesse si arriverebbe a capire che fino a quando il nodo della politica estera comune non verrà sciolto l’esercito europeo resterà il pilastro di un sistema di sicurezza disegnato dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, funzionale ai loro interessi globali. Non è scontato che siano gli stessi della UE”.

Eppure Macron nell’autonomia strategica della UE sembra crederci.
“Un conto è crederci un conto è realizzarla. Molti alleati NATO dell’area settentrionale e orientale dell’Europa non desiderano altro che tramutarsi nel braccio armato degli Stati Uniti nel continente. La loro visione geopolitica dell’Europa coincide perfettamente con quella di Biden e di Johnson. La Polonia è uno di questi”.

E gli alleati del versante occidentale? Sono altrettanto compatti nel puntare all’autonomia strategica? Draghi che posizione ha?
“Nella conferenza stampa del 12 maggio a Washington, Draghi ha eluso la domanda con un lapidario “è un concetto da chiarire perché comunque è una questione di molti anni”. Date le circostanze e il luogo non poteva esprimersi diversamente. Conosce la posizione di Biden in merito all’autonomia strategica europea e ha ragione di dire che richiederà molti anni. Ha però accennato alla necessità di un chiarimento tra gli alleati e non credo lo abbia fatto per placare chi lo accusa di eccesso di atlantismo. La sua posizione avrà un peso tutt’altro che irrilevante in questo chiarimento”.

Draghi conta più di quanto gli si voglia riconoscere?
“Mi domando dove potrebbe arrivare l’idea di Macron se non fosse condivisa e supportata da Draghi. Un passaggio cruciale potrebbe essere l’attuazione di una cooperazione rafforzata in materia di politica estera. L’art. 44 del Testo Unico dell’Unione la consente. Si tratterebbe di costruire un gruppo significativo di paesi disposti a sacrificare i rispettivi sovranismi a vantaggio di un sovranismo europeo che aprisse all’elaborazione di una geopolitica autonoma, non antitetico ma complementare a quella statunitense, nella quale la UE attualmente si riconosce pur patendone le evidenti incongruenze con gli interessi europei. Non sarà facile, ma l’asse franco-tedesco e il Trattato del Quirinale possono insieme costituire una piattaforma di partenza credibile per gli altri Stati membri che volessero aggiungersi”.

Quali?
“Qui sta il punto. L’intensa attività diplomatica di Johnson sta raccogliendo intorno alla Gran Bretagna quasi tutti i paesi dell’Est e del Nord Europa. Si tratta di vedere se la piattaforma Johnson avrà più potere attrattivo di quanta ne avrebbe la piattaforma Macron/Draghi/Scholz. Non è una sfida da poco. Nell'immediato investe l’approccio alla soluzione del conflitto in Ucraina, a lungo termine l’assetto geostrategico dell’Europa nel contesto globale”.

Chi dei due è destinato ad avere la meglio?
“Il gruppo di paesi che si riconosce nella leadership di Johnson quale braccio politico degli USA in Europa aborre l’idea che ci si debba preoccupare di non umiliare Putin e poco riflette, a quanto appare, sulle conseguenze di una linea dura: sposa in pieno l’obiettivo del governo ucraino di una “vittoria senza condizioni”. Macron, che con Putin parla spesso, ha chiari in mente i rischi enormi impliciti in questa soluzione. I suoi argomenti appaiono però fragili, fumosi, non abbastanza solidaristici con il popolo ucraino e dunque divisivi. Lo siano o meno, come tali l’informazione occidentale li rappresenta. Basta vedere la freddezza riservata alla proposta di pace del ministro Di Maio. Non è certo l’accoglienza acritica dedicata ai report dell’intelligence britannica a supporto di una visione della Russia da un lato vicina al collasso militare, e quindi anche politico, e dall’altro protesa ad allargare i propri confini con ogni mezzo”.

Beh, o è l’una o è l’altra cosa. Sta di fatto che l’impressione dei nostri lettori è che a decidere saranno Biden e Zelenski a meno di un’iniziativa a sorpresa di Putin che, messo nell’angolo, giochi la carta della diplomazia sfidando Biden a un incontro. Se accadesse, ritornerebbero sul tavolo le proposte russe presentate nel dicembre scorso? Putin chiedeva l’impegno a escludere un'ulteriore espansione a Est della NATO  e di non dispiegare missili a raggio intermedio in zone da cui avrebbero potuto colpire il  territorio russo. Non sembrerebbero richieste  irricevibili. 
“La situazione attuale è drammaticamente cambiata rispetto ad allora e onestamente non saprei fare previsioni su ciò che Putin potrebbe proporre e Biden concedergli e neppure colgo l’utilità di un confronto che non vedesse la partecipazione anche di Xi Jinping e della UE. Sono quasi certa però che in un incontro a due verrebbe ancora respinta la richiesta della rinuncia della NATO a cooperare militarmente con gli stati post-sovietici dell’area caucasica e transcaucasica. Abbandonando l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno perso il loro avamposto in Asia centrale ma non l'interesse per le aree caucasiche ricche di materie prime e terre rare. Faranno di tutto per impedire che si trasformino in un condominio russo-cinese con la Russia nel ruolo del poliziotto che garantisce l’ordine e la Cina in quello del finanziatore delle infrastrutture. I tempi in cui l’interventismo russo era utile contro il terrorismo islamico sono passati. La Nuova via della seta di Xi Jinping ha cambiato tutto. Il nemico di turno ora è la Cina e finché Putin resta al potere lo è anche la Russia e non solo per aver aggredito l’Ucraina”.

Dunque non è la solidarietà con gli interessi di sicurezza della Russia ciò che determina le risposte e le iniziative diplomatiche della Cina?
“La diplomazia cinese protegge gli interessi della Cina, non quelli della Russia. Definendo “significativa” l’adesione della Finlandia e della Svezia alla NATO ha comunicato al mondo di aver colto appieno la valenza anticinese sia in del riarmo europeo sia dell’allargamento della NATO”.

Quindi sarebbe la Cina l’obiettivo ultimo della guerra per procura che gli Stati Uniti starebbero combattendo in Ucraina contro la Russia?
Il “contenimento” della Cina è l’obiettivo geopolitico di Washington e di Londra. L’indebolimento della Russia è una parte essenziale del ‘Pivot to Asia’ di Obama e di Hillary Clinton. Biden lo sta interpretando con slancio. Non per caso l’argomento delle relazioni con Pechino è stato toccato anche nei colloqui con Draghi”.

Ma l’UE che interesse avrebbe a seguire Johnson e Biden? Ha ormai perso la partnership con la Russia, non rischia, se dovesse alienarsi anche la Cina, di depotenziare il suo ruolo geopolitico a totale vantaggio di Stati Uniti e Gran Bretagna?
“La UE non ha un orientamento univoco sulle relazioni da tenere con la Cina, figuriamoci se ha una “politica cinese” da contrapporre o da affiancare a quella netta e proattiva dei due alleati anglosassoni. Johnson e Biden giocano in tandem e lo si vede, i loro obiettivi sono perfettamente coincidenti. Entrambi si adoperano per costruire alleanze militari anticinesi come l’AUKUS, o gruppi commerciali antagonisti alla Cina per dar vita a una NATO dell’indo-pacifico, l’uno nella prospettiva della globalizzazione dell’Alleanza, l’altro per restituire centralità al ruolo della Gran Bretagna nell’ordine mondiale che dovrebbe emergere dal compimento di questa strategia”.

L’aggressione all’Ucraina non ha solo stravolto le relazioni tra l’Occidente e la Russia. Ha anche messo in moto processi di distribuzione del potere all’interno della NATO e di rinnovamento in chiave anglo-americana dell’ordine mondiale. È così?
“Sì, ma lo scenario che si sta aprendo non è affatto nuovo. Sotto la spinta della paura per la possibile perdita del primato a vantaggio della Cina, gli Stati Uniti hanno sostituito l’idea della cooperazione globale con la logica disfunzionale della contrapposizione. Non è la prima volta che succede. Alla fine dell’estate del 1949, al trauma per la contemporanea perdita del monopolio atomico e della Cina passata nel campo avversario, gli Stati Uniti reagirono con la militarizzazione dell’Alleanza Atlantica e con il riarmo della Germania per potersi concentrare su quadrante estremo orientale del globo. Di diverso rispetto a quegli anni c’è che oggi anche l’Europa segue l’America nelle sue ossessioni mentre allora seguì la propria straordinaria immaginazione, realizzando una creatura, quella sì, davvero originale: un meraviglioso esempio di cooperazione per tutto il mondo. Nonostante tutti i suoi limiti potrebbe esserlo ancora”.

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