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25 gen 2022

L'intervista: "Russia-Ucraina? Ecco quattro ragioni per cui la guerra coinvolge anche noi"

Gas, borse e non solo. Marta Ottaviani, scrittrice esperta del Cremlino: "A Putin non conviene attaccare. Ha inventato la guerra non lineare, quella sul campo costa troppo"

enrico fovanna
Esteri
Marta Ottaviani, autrice di "Brigate russe", sulla guerra occulta del Cremlino
Marta Ottaviani, autrice di "Brigate russe", sulla guerra occulta del Cremlino

Kiev - Perché la guerra tra la Russia e l’Ucraina dovrebbe preoccupare anche noi?  Perché ci riguarda da vicino? Per almeno quattro buone ragioni. A spiegarlo, in questa intervista al Giorno, è Marta Ottaviani, scrittrice e giornalista milanese, analista e profonda conoscitrice delle dinamiche che ruotano attorno al potere moscovita, peraltro dal 20 gennaio in libreria con il suo dossier “Brigate russe (la guerra occulta del Cremlino tra troll e hacker)”, pubblicato da Ledizioni.
- Perché, visto anche il crollo delle Borse, considerarla una questione altrui è un errore, Marta?
“La prima ragione è che in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, con il commercio e i mercati in continua relazione, non ci possiamo più permettere di ragionare solo in funzione  di quello che succede in Italia. E poi c’è la questione dell’approvvigionamento energetico”.
- Ecco, a proposito di economia e sussistenza...
“Certo, il gas. Le prove di forza a cui la Russia costringe l’Occidente sul teatro ucraino sono del tutto collegate alla questione del gas. La Russia è esplicita: se voi prendete le parti di Kiev, io posso chiudere i rubinetti del gas. E abbiamo visto bene la fluttuazione verso l’alto del prezzo delle risorse energetiche e come questo impatti sulla nostra vita”.
- Il nostro portafogli dunque, anzitutto, se vogliamo essere cinici.
“C’è una terza ragione, non di minor importanza, che attiene al nostro quadro etico-morale. Di cui ci dimentichiamo spesso, ma non è un bene. In una guerra ci sono vittime,  spaccature nei popoli anche di una stessa nazione, traumi, famiglie in frantumi… converrebbe dunque essere sempre un po’ più empatici rispetto a quello che vediamo e crediamo accadere solo nelle vite degli altri. C’è poi una considerazione strategica, sul nostro futuro”.
- Vediamola.
“La Russia, e il caso Ucraina lo spiega alla perfezione, ha cambiato il modo di fare la guerra. La nostra generazione ha studiato un certo ditpo di conflitto, con i carri armati, gli aerei, i movimenti di truppe. A partire dal 2.000, quando Putin ha preso il potere, la Russia ha elaborato una strategia di guerra non lineare, che consiste proprio nel non attaccare direttamente un Paese, ma nel metterlo nella maggior difficoltà possibile, in modo tale da fargli passare periodi di grandissima instabilità. Come accaduto nel 2014 quando il Paese in questione si è spaccato”.
- Oppure, come lei diceva, favorendo l’insediamento di governi fantoccio, graditi al contendente.
“Un’ipotesi in campo in questi giorni. Nel momento in cui si destabilizza l’ordine interno, ovvero la società civile con tensioni in piazza, ecco che arriva deus ex machina l’uomo forte che vuole andare al comando e che magari è eterodiretto. Un leader in questo caso più gradito a Mosca”. 
- L’Occidente è impreparato a questa strategia?
“Premesso che nel mirino ci sono anzitutto gli Usa, e poi l’Europa, l’Occidente sta imparando a confrontarsi con qualcosa che non è ancora abituato a gestire. Un tipo di guerra che ha già prodotto effetti in passato. I troll russi sono accusati di avere influito sul risultato delle lezioni del 2016 in America, che portarono Trump al potere. E di avere avuto un ruolo rilevante nelle protesta di Capitol Hill, l’anno scorso”.
- Oltre ai troll quali sono le armi ricorrenti in una guerra non lineare?
“Gli attacchi hacker, per esempio, come accaduto proprio in Ucraina. Memore di quanto accaduto nel 2013 e 2014,  che il Paese ha subito attribuito a Mosca. Ora è palese il tentativo della Russia di dare la sua versione dei fatti attraverso una serie di media allineati con il Cremlino. L’obiettivo è ribaltare la realtà dei fatti, dal punto di vista del diritto internazionale, e far passare Mosca come legittimata ad intraprendere un’azione militare. E poi ci sono le misure di deterrenza”.
- Ovvero?
“Per esempio l’ammassamento di truppe regolari sul confine, come sta succedendo da settimane. Una minaccia sottesa, ma evidente. E poi l’impiego di truppe irregolari, come successo nel 2014. I cosiddetti “omini verdi”, con divise mimetiche ma senza distintivi che potessero ricollegarli a milizie russe ufficiali, e i cosiddetti uomini della Wagner, che potrebbero avere avuto un ruolo molto importante”.
- Diciamolo però onestamente: la Russia non ha anche qualche ragione a non voler vedere un avamposto della Nato alle proprie frontiere? Evitare questa annessione dell’Ucraina non distenderebbe gli animi?
“Che la Russia non voglia la Nato alle sue porte è assolutamente comprensibile. Anche perché la Nato si piazzerebbe a Kiev, vale a dire a ottocento chilometri da Mosca. Che per le distanze militari, penso a un missile o ad altre forme di difesa, non sono nulla. Che Mosca quindi, il cuore pulsante della Russia, non lo voglia, ci sta perfettamente. Il problema è che questa è una situazione che al momento non può essere risolta”.
- Perché?
“Da una parte Putin non può invadere direttamente l’Ucraina. Dall’altra farà di tutto per ostacolarne l’ingresso nel patto atlantico. Finché non si ricomporrà questa crisi io temo che l’Ucraina (e forse noi con lei) sia destinata a dormire sonni poco tranquilli ancora per anni. Io tuttavia non credo che Putin abbia intenzione di invadere tutta l’Ucraina. E’ impensabile”.
- In effetti lo dice anche lui.
“Certo, Anche perché più ci si sposta verso Occidente, più la minoranza russa diminuisce e, al contrario, aumenta quella di origine polacca. Si va insomma verso un Paese molto più proteso verso l’Europa. Quello a cui secondo me Putin mira è invece che il Donbass diventi in qualche modo come la Crimea. Non solo autoproclamata indipendente, ma anche parte della federazione russa. Sarebbe un precedente molto potente al punto di vista simbolico”.
- E’ lo scenario più verosimile nelle prossime settimane?
“Sì, anche se non meno inquietante. Sarà una guerra localizzata, combattuta in modo non lineare, dove Mosca non entrerà con le sue armate. In questo momento Mosca non se lo può permettere da un punto di vista economico. Non dimentichiamoci che il Cremlino deve monitorare con attenzione anche la Bielorussia e il Kazakhistan. In questo momento, in sintesi, a Putin non conviene andare in guerra”.
- Tornando al portafogli, un conflitto tra truppe russe e Nato non spaventerebbe anche lo stesso Putin per le conseguenze sulla finanza e sull’economia interne, oltre che internazionali?
“Sono usciti dei sondaggi interessanti dell’Istituto Levada, uno dei pochi indipendenti rimasti in Russia, secondo i quali il 61% dei russi è terrorizzato all’idea che la Russia entri in guerra, ma il 50% di loro dice che la colpa è degli Usa. C’è la paura, insomma, ma mosca è molto brava entro i propri confini farsi considerare vittima di un cttivo Occidente. Sì, a Putin non conviene esagerare per molti motivi. Le borse crollano, la Russia rischia sanzioni ancora più severe di quelle attuali. E quando colpiscono la popolazione ciò può tradursi in calo della popolarità. E poi c’è un motivo militare”.
- Un limite dunque?
“Beh, non è detto che se anche decidesse l’invasione, poi avrebbe le capacità per vincerla, quella guerra. Non dimentichiamoci che la strategia di guerra non lineare è stata elaborata apposta per supplire al fatto che la Russi non può più permettersi le spese destinate alla difesa che c’erano in Unione Sovietica. Era un altro periodo e anche allora le spese militari avevano un impatto deleterio sul bilancio statale”.
Cosa spera Putin?
“Che con questa alzata di scudi per riprendersi il Donbass, come accadde con la Crimea, possa avere effetti positivi sul consenso interno. Ma la mia impressione è che non si spingerà al di là di questo limite. Tutto quello che va oltre gli si potrebbe rivolgere contro”.

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