Quotidiano Nazionale logo
il Giorno logo
Quotidiano Nazionale logo
il Giorno logo
14 dic 2021
elisa serafini
Esteri
14 dic 2021

Afghanistan: le vite interrotte dei giovani a Kabul, dimenticate da riflettori e politica

Il raconto di Yasmine Nabizada e Jawid Amani,18 anni, cittadini afghani “di serie B”, poiché di etnia Hazara, il gruppo etno-religioso più perseguitato nel Paese

14 dic 2021
elisa serafini
Esteri
Il giovane afghano Jawid Amani
Il giovane afghano Jawid Amani
Il giovane afghano Jawid Amani
Il giovane afghano Jawid Amani

Kabul - “Puoi anche usare il mio cognome: non mi importa. Voglio che si sappia cosa succede in Afghanistan, non ho paura di usare la mia voce”. Mi parla così Jawid Amani, 18 anni, dallo schermo del suo smartphone, mentre mi mostra i fratellini che cantano una canzone afghana. Un’altra esplosione, un altro matrimonio forzato, un’altra perquisizione nei telefoni: i giovani di Kabul raccontano così le loro giornate, da agosto 2021 tragicamente cambiate dopo la ritirata degli americani. Yasmine Nabizada e Jawid Amani hanno 18 anni. Sono cittadini afghani “di serie B”, poiché di etnia Hazara, il gruppo etno-religioso più perseguitato nel Paese, di origine asiatica e sciita.

Le persone di etnia hazara hanno tratti somatici e fisici differenti dalla maggior parte degli Afghani, anche per questo la loro vita è in pericolo sempre, persino quando camminano per strada. “Ho sempre fatto del mio meglio per educare i giovani e le loro famiglie, tenendo seminari, presentazioni e colloqui individuali con chiunque avesse bisogno di una mano. Non è mai stata una cosa facile perché venivamo sempre rimproverati da alcuni genitori che dicevano che stavamo rovinando la mente dei bambini con un'idea occidentalizzata. Non ci siamo mai fermati e abbiamo continuato ad andare avanti”, racconta Yasmine, che vive a Kabul e ha smesso di andare a scuola.

Jawid Amani tra i giovani studenti afghani
Jawid Amani tra i giovani studenti afghani

“Lo abbiamo fatto per quelli che volevano un cambiamento e un diritto. Le nostre voci dovevano essere ascoltate, la consapevolezza doveva essere diffusa per fermare questo modo illogico”. Come Yasmine, anche Jawid Amani ha iniziato fin dal liceo ad occuparsi di diritti civili e diritti delle donne. Ha fondato associazioni tra cui “Change Makers of the World”, che ha riunito oltre 200 giovani attivisti, organizzato attività di volontariato, partecipato ad attività internazionali ed era stato preso da un’università americana. Un sogno infranto una sera di agosto, alla ritirata degli americani: “Per me ora è impossibile andare negli Stati Uniti, il governo talebano non ci permette di andare via”.

Jawid racconta la sua Kabul, una città completamente diversa da quella in cui ha vissuto per 18 anni: “i talebani controllano gli smartphone e se trovano qualcosa, anche una frase sospetta, uccidono quella persona. Anche la rasatura della barba è proibita, e decine di persone che hanno iniziato a rubare a causa della povertà vengono impiccate in tutta la città”. Per Jawid l’unica speranza è la fuga: il suo nome è stato segnalato nelle proposte di esfiltrazione al Ministero, ma l’iter è incerto, e ancora poco trasparente. “Non so se questa sarà la strada più efficace”, devo dirgli con triste consapevolezza. Jawid è stanco, ma continua a combattere con un filo di rassegnazione, per quanto poco stanno facendo i Paesi occidentali: “a volte penso anche di scappare dal contrabbando. Perché non c'è modo in Afghanistan. La maggior parte dei paesi e delle persone hanno perso il loro interesse ad evacuare afghani e giovani preziosi e vulnerabili.”

Jawid e Yasmine sono giovani coraggiosi: per anni hanno promosso i diritti umani e civili, in contrasto con la politica dei talebani e con l’applicazione politica del pensiero sunnita. Ogni giorno rischiano ritorsioni, ma per loro non sembra esserci posto nelle liste di evacuazione. Già alla fine di settembre, la situazione afghana era passata in secondo piano su media e dibattito politico. Alcuni Paesi, come Canada e Germania, avevano istituito canali digitali per l’accoglienza ma al momento tutto sembra essersi fermato: il problema principale rimane infatti la collaborazione (necessaria) con i talebani per poter avviare qualunque genere di flusso migratorio. Con i riflettori dei media spenti, anche la politica ha smesso di dare risposte, e ha iniziato a dare soluzioni parziali.

Il Ministero degli Interni Italiano ha parlato di 2500 nuovi ingressi di Afghani nei prossimi due anni, ma non sono stati comunicati l’iter e la modalità di accesso e selezione. Gli afghani arrivati in Italia (oltre 5000) e quelli arrivati negli Stati Uniti (35.000) sono ancora sotto la protezione statale ma i programmi di integrazione non sono ancora stati del tutto definiti, per via della doppia emergenza sanitaria e geopolitica. Jawid e Yasmine sono solo alcuni dei cittadini afghani in attesa di risposte dall’Occidente. “Confido nei Paesi dell’Unione Europea e negli Stati Uniti”, racconta Jawid. “E continuerò a lottare per i diritti, miei e di tutti i cittadini”.

© Riproduzione riservata

Iscriviti alla newsletter.

Il modo più facile per rimanere sempre aggiornati

Hai già un account?