E' morta la ragazza di 19 anni raggiunta da un proiettile durante le proteste in Myanmar.  Così, a tre settimane del golpe militare,  il popolo birmano che rivuole la democrazia ha la sua prima martire. Mya Thwet Thwet Khine si è spenta oggi in ospedale, non aveva speranza. Era stata colpita alla testa da uno sparo mentre si riparava dagli idranti; un portavoce dei militari aveva dichiarato che, poco prima, la giovane era in un folla che aveva tirato sassi contro la polizia. Una versione che ovviamente non convince. In diverse città, intanto, i manifestanti hanno già esposto gigantografie delle sue ferite mortali, elevandola a martire del movimento.

Il messaggio

Poh-Poh, sorella di Mya Thwate Thwate Khaing, ha invitato i birmani a unirsi alla protesta per sconfiggere la giunta golpista. La maggior parte del paese è in aperta rivolta da quando le truppe hanno deposto la leader della Lega nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi il primo febbraio scorso.  "Le sue condizioni stavano peggiorando alcuni giorni fa. È morta oggi verso le 11", ha affermato in riferimento alla sorella che ha compiuto 20 anni il 18 febbraio, mentre giaceva priva di sensi su un letto di ospedale.  "La seppellieremo domenica, è tutto", ha aggiunto.  "Per favore unitevi a questa protesta perché abbia successo. È tutto quello che voglio dire". 

Alta tensione

Tra la protesta e l'esercito, in un contesto di manifestazioni quotidiane e forze di sicurezza che intimidiscono i dissidenti, c'è da giorni un sostanziale stallo fitto però di tensione. Dipendenti statali si rifiutano di lavorare, automobilisti rallentano apposta veicoli militari, hacker prendono di mira le aziende controllate dall'esercito, e dimostrazioni vengono organizzate in poco tempo grazie al tam tam dei social media. Se a Yangon la situazione è però calma da giorni, si segnalano crescenti violenze dei soldati in località meno coperte dai media e dalla forte presenza di minoranze etniche, in particolare la città di Myitkyina, nel nord. È una situazione di caos che l'esercito, abituato all'impunità e convinto di essere l'unica istituzione capace di unire un Paese con conflitti attivi fin dall'indipendenza, probabilmente non aveva preventivato.

Le mosse dell'esercito

Mentre Aung San Suu Kyi è sotto processo con accuse farsesche (importazione illegale di walkie-talkie a la violazione delle norme di sicurezza per l'emergenza Covid-19) e altre centinaia persone arrestate per aver espresso il proprio dissenso, l'esercito sembra indeciso tra una repressione che distruggerebbe la sua già precaria reputazione e un passo indietro che saprebbe di sconfitta. Il prolungamento di questa tensione quotidiana rischia in ogni caso di affossare un'economia già duramente provata dalla crisi causata dal coronavirus. Molte aziende straniere hanno già interrotto i legami con i militari, e si prevede un brusco calo degli investimenti stranieri. Le promesse del generale Min Aung Hlaing di tornare al voto alla fine dello stato di emergenza di un anno non convincono. Ma finora le pressioni internazionali non sembrano avere effetto sul nuovo uomo forte della Birmania, e nessuno capisce che tipo di assetto istituzionale ha davvero in mente per il futuro del Paese