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30 apr 2022

"I russi rubano migliaia di tonnellate di grano in Ucraina", allarme forniture in Europa

La pasta sembra destinata ad aumentare, con il prezzo del cereale a livelli record, oltre i 400 euro a tonnellata sulla borsa di Chicago. E dall'India? Troppa siccità

Kiev - E’ allarme grano in Ucraina, dove la guerra potrebbe ridurre ai minimi le scorte del cereale per l’Occidente e far lievitare di conseguenza i costi di un ingrediente chiave per la pasta e per molti altri prodotti di uso quotidiano. Secondo il governo ucraino, infatti, l forze russe potrebbero avere rubato “diverse centinaia di migliaia di tonnellate” di grano nelle aree del Paese occupate: lo ha detto oggi il viceministro dell’Agricoltura ucraino, Taras Vysotskiy, parlando alla TV nazionale.

Il ministro, nel dettaglio, ha espresso preoccupazione per il fatto che la maggior parte degli 1,5 milioni di tonnellate di grano immagazzinate nei territori occupati potrebbero essere state prelevate dal nemico e inviate oltre il confine della federazione russa. Già giovedì il ministero degli Esteri ucraino aveva accusato la Russia di avere rubato grano nel territorio occupato, un atto che - ha affermato - ha aumentato la minaccia alla sicurezza alimentare globale.

L’allarme era già stato lanciato qualche giorno fa dallo Stato maggiore delle forze armate ucraine citato dalla Cnn. Il sindaco della città meridionale di Melitopol Ivan Fedorov era stato preciso: “Abbiamo pubblicato un video di un convoglio di oltre 50 camion con rimorchi che portavano il grano fuori dai nostri territori occupati. Non sappiamo dove l’hanno mandato. Gli occupanti russi stanno derubando gli abitanti dei villaggi ucraini“. Secondo lo Stato maggiore, “molte tonnellate di grano insieme ai camion di carico sono stati rubati dalla cooperativa agricola nella città di Kamianka-Dniprovska.

Le autorità ucraine hanno avviato un procedimento penale contro le forze russe, accusate di aver rubato 61 tonnellate di grano e altre proprietà ad un’azienda agricola nella regione di Zaporizhzhia, nel Sudest: lo ha reso noto il servizio stampa dell’ufficio del Procuratore generale su Telegram, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Ukrinform. Grande l’apprensione in Occidente, ma non solo, perché l’impennata dei prezzi alimentari causata dalla guerra in Ucraina sta aumentando “il rischio di disordini sociali” anche in Africa.

 L’allarme dell’Fmi suona come un monito per i governanti del continente, che per far fronte alla carenza di grano ucraino hanno pensato bene di rivolgersi all’India per ricostituire le proprie scorte e sfamare i propri popoli. Il primo Paese africano a rivolgersi a Nuova Delhi e’ stato l’Egitto, che si e’ detto pronto ad acquistare fino a 12 milioni di tonnellate di grano indiano. Ma c’è un problema serio: il clima. Ilcaldo infernale e la conseguente siccità nel Paese asiatico hanno minato i raccolti.

Se nel 2021 l’India ha raccolto 109,52 milioni di tonnellate, quest’anno, complice il cambiamento climatico, le cose potrebbero andare differentemente, costringendo le autorita’ a fermare parzialmente l’export per mantenere inalterate le scorte. Il governo, a inizio anno, aveva messo allo studio un piano per rafforzare le proprie vendite all’estero, finora ferme al 2% della produzione, utilizzata all’80% per il consumo interno e per il resto destinata allo stoccaggio. Ora, pero’, le cose potrebbero cambiare. 

La guerra insomma sembra arrivare anche sulle tavole degli italiani. La pasta in particolare sembra destinata ad aumentare, con il prezzo del grano arrivato ormai a livelli record, superando i 400 euro a tonnellata sulla borsa di Chicago. Si parla da giorni di come Ucraina e Russia siano considerate il granaio d’Europa. I due Paesi insieme rappresentano il 29% delle esportazioni globali di grano, in grado di sfamare circa tra i 600 e gli 800 milioni di persone, collocate soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente. 

Secondo i dati del 2019 dell’Osservatorio della Complessità Economica (Oec), oltre il 90% del grano della Russia viene venduto in Africa e Asia, con Egitto, Turchia e Bangladesh a rappresentare oltre il 50% delle esportazioni. In Europa arriva appena il 5%, con una quota per l’Italia irrisoria, lo 0,28%. 

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