Giubbottisti a raduno (foto Francesco Valle)
Giubbottisti a raduno (foto Francesco Valle)

Tortona (Alessandria), 26 febbraio 2021 - I paninari negli anni ’80 lo avevano eletto a loro feticcio. Per musicisti, calciatori ma anche politici è un accessorio irrinunciabile nel guardaroba e un segno di distinzione rispetto ai loro “colleghi”. Le case di moda ne ideano modelli sempre più oltraggiosi. Il giubbotto non è un semplice capo di abbigliamento. È un simbolo. Una divisa. Il codice di appartenenza a una tribù. Tre ragazzi di Tortona, profonda provincia piemontese, nel 2010 hanno realizzato una pagina Facebook votata al suo culto dissacrante, Giubbotti Straordinari. In breve si è creata una nutrita community di “giubbottisti”. Alessandro, Davide e Fabio ci raccontano come entrare a farne parte.

Come vi è venuta l’idea di realizzare la pagina?

F: “Era una domenica noiosa, come spesso accade in provincia. Io e un altro ragazzo Alberto, che aveva iniziato con noi e poi si è sfilato, siamo andati a fare un giro in un centro commerciale con le nostre compagne. Mentre le ragazze davano un’occhiata ai capi in esposizione noi, non sapendo che fare, siamo andati al reparto giubbotti. Qui abbiamo iniziato a parlare dei modelli che ci avevano colpito nel corso dell’adolescenza, sia quelli che erano diventati ‘divise’ per alcune sottoculture, sia quelli visti in film al cinema o in sceneggiati. Ci siamo detti che avremmo potuto aprire una pagina umoristica su Facebook. Ne abbiamo parlato con Alessandro e in breve eravamo online. Poi si è aggiunto Davide”.

A: “Siamo partiti dedicando grande spazio ai personaggi tv, Fonzie e David Hasselhoff di Supercar per fare due nome, ma anche agli sportivi, a partire da Balotelli, da subito presenza fissa”.

Vi aspettavate questo successo quando avete iniziato?

F: “No. Nemmeno l’abbiamo mai cercato. Rimaniamo comunque una pagina di nicchia. Abbiamo ampliato la nostra audience grazie a un paio di citazioni su Radio Dj. Il Trio Medusa ci inserì nell’elenco delle pagine Facebook più divertenti in una sua rubrica, mentre Dj Angelo parlò di noi dopo che pubblicammo una sua foto”.

Perché avete scelto proprio i giubbotti e non un altro capo d’abbigliamento o qualche trend attuale?

A: “Il giubbotto è sempre stato un elemento molto distintivo per le sottoculture giovanili, dagli anni ’50 in poi. Pensiamo al parka per i mod, il chiodo per punk e metallari, il bomber per gli skinhead e ancora per i mod ma anche per gli zarri negli anni ’90. E come dimenticare i paninari che hanno fatto del piumino un feticcio? A livello personale, poi, ci piacciono moltissimo. Io ne comprerei uno al giorno”.

Come si diventa “giubbottisti”?

F: “Ti devono gasare i giubbotti. Tipo che quando esci con il giubbotto nuovo ti sembra di volare”.

A: “In realtà noi rispondiamo sempre che tutti i giubbotti sono straordinari. A elevarlo a oggetto di culto sono la situazione e come viene indossato, che tu sia un vip o una persona normale. Noi abbiamo sempre pubblicato scatti arrivati anche dai nostri follower. Siamo una community molto aperta”.

Che tipo di community si è formata intorno alla vostra pagina?

D: “Estremamente eterogenea. Ci sono i cosiddetti ‘occasionali’ e gli aficionados. I ‘likisti seriali’ come li chiamiamo noi”.

F: “Moltissimi hanno capito in pieno lo spirito della pagina. Ma c’è anche chi non ha compreso come il nostro discorso sia sempre scanzonato. C’è un tizio che ogni volta che postiamo una foto di Liberato (il cantante napoletano che ha fatto dell’anonimato una sua cifra, ndr) ci scrive per chiederci se vendiamo il suo giubbotto”.

D: “E noi gli rispondiamo che l’abbiamo finito. Eppure anche se non ha capito nulla continua a garantirci il suo supporto”.

A: “Per altro non è il solo. Una volta abbiamo scritto che in occasione di un concerto di Liberato avremmo distribuito il suo merchandising ufficiale. Qualcuno ha abboccato”.

Qualcuno dei personaggi che avete ritratto nelle vostre gallerie vi ha mai contattato o ha mai replicato a un vostro post?

F: “Donatella Rettore condivise un post che avevamo inserito per farle gli auguri di buon compleanno. Alberto ‘Pernazza’ Argentesi, ex componente degli Ex-Otago, ci seguiva. Nicola Manzan, il polistrumentista che ha ideato il progetto ‘Bologna violenta’ commenta spesso i nostri post. Paolo Petralia, chef vegano e cantante della band Colonna infame skinhead, è un nostro fan”.

A: “Gianluca Bardone, ex sindaco di Tortona, la nostra città, ci ha sempre seguito moltissimo. Veniva ai nostri raduni e ha voluto farsi una fotografia con noi. Con indosso uno dei suoi migliori giubbotti, ovviamente”.

Avete parlato dei raduni. Prima della pandemia organizzavate anche questi eventi. Come funzionavano?

D: “L’idea nacque dalla tradizione che il nostro gruppo di amici aveva di trovarsi nei giorni intorno all’Epifania per una serata con dj set. Qualche anno fa decidemmo di trasformare questo appuntamento nel primo raduno di ‘Giubbotti straordinari’. Arrivò gente anche da fuori provincia. Da Siena, per esempio. O da Trieste, dove c’è un’accanita sezione di nostri fan che ha organizzato anche il raduno triestino”.

A: “Negli anni si è presentata gente con il cappotto dell’esercito russo. Ma anche qualcuno vestito con muta da sci, giubbotto compreso. Molto bello è stato il raduno dell’anno scorso a tema anni ‘80”.

F: “L’evento migliore, però, è stato quello con il rapper Bello Figo, altra presenza fissa sulla nostra pagina. Era il 2017. Era reduce da una polemica in tv con Alessandra Mussolini sulla sua canzone ‘Non pago affitto’. C’era la Digos fuori dal locale. Non dimenticherò mai l’espressione degli agenti quando capirono che Bello Figo non era un pericoloso sovversivo, ma solo un rapper un po’ trash”.

Ci sono categorie in cui i giubbottisti abbondano? Quali sono?

A: Calciatori e musicisti. Anche qualche politico. Impossibile dimenticare Matteo Renzi con indosso il giubbotto di pelle”.

F: “Fra i musicisti lo ‘spirito giubbottista’ è trasversale. Noi tre abbiamo gusti musicali differenti (Fabio predilige l’indie, Davide ama il cantautorato americano, Alessandro la musica giamaicana, ndr)e attingiamo a piene mani dall’universo musicale, dall’underground estremo di GG Allin (cantante punk americano scomparso nel 1993 noto per i suoi live oltraggiosi, ndr) al pop più smaccato dei Bros (duo inglese che infilò una serie impressionante di hit a fine anni ’80, ndr)

Quali sono i vostri giubbottisti preferiti?

F: “Credo che Liam Gallagher sia il re assoluto della categoria. Ultimamente mi stuzzicano gli outfit di Jason Williamson, il vocalist degli Sleaford Mods, band post-punk inglese. Poi ho un debole per la foto scattata ad Antonio Cassano il giorno che fu presentato al Real Madrid. Portava un giubbotto beige con interno e collo in pelliccia davvero notevole”.

A: “La combo Berlusconi-Putin continua a darmi grandi soddisfazioni. Bello Figo, ovviamente. E Ian Brown, l’ex cantante degli Stone Roses (band inglese attiva soprattutto fra anni ’80 e ’90).

D: “Aggiungo Salvini, per quanto non mi stia politicamente simpatico, ma ci ha offerto molto materiale. Soprattutto quando indossava i giubbotti dei corpi di polizia o soccorso che incontrava in veste di ministro”.

C’è invece qualche personaggio del quale ancora non siete riusciti a pubblicare una foto ma che vorreste nella vostra collezione?

D: “Naike Rivelli, la figlia di Ornella Muti. Soprattutto dopo che è stata diffusa la notizia che dipinge ‘quadri’ in maniera molto particolare. Però è molto difficile trovare una sua foto con abiti addosso”.

F: “Ci siamo dovuti impegnare per trovare una foto del povero Gigi Sabani con il giubbotto. Ce l’aveva chiesta un suo fan che segue la nostra pagina. Alla fine ne pubblicammo una con un fantastico giacchetto di renna. Ci abbiamo messo parecchio anche per recuperare una foto del super campione dell’Eredità Massimo Cannoletta, ma alla fine ce l’abbiamo fatta”.

A: “Il massimo sarebbe il presidente della Repubblica Sergio Mattarella”.

Come funzionano le vostre ricerche?

F: “Dobbiamo essere sempre sul pezzo. Quando esce una notizia particolare noi vogliamo ritrarre qualche protagonista della vicenda con indosso un giubbotto. Non è semplice”.

A: “Tutt’altro. È un bello sbattimento. L’attualità è una grande fonte d’ispirazione, ma spesso ci mette a dura prova”.

Quali sono le vostre rubriche fisse?

A: “Ci sono i ‘Grandi subumani di GS’, in cui pubblichiamo foto di personaggi noti per la loro sguaiataggine, per il loro coinvolgimento in vicende boccaccesche o per la partecipazione a trasmissioni della tv-spazzatura. In qualche modo, però, noi offriamo un’occasione di redenzione. Ne decontestualizziamo la caduta di stile e li riabilitiamo. Senza essere mai volgari. Così c’è una sorta di rovesciamento della situazione. Qualcuno si è pure messo l’autolike, per esempio Patrick, il protagonista di una vecchia edizione del Grande Fratello”.

D: “Poi c’è ‘GS per il sociale’. Qui ritraiamo i vip protagonisti di buone azioni e ne garantiamo il giusto riconoscimento. Ancora meglio se si tratta di un bel gesto che riguarda i giubbotti. Per esempio quando Kalidou Koulibaly, il difensore del Napoli, regalò giubbini ad alcuni immigrati senegalesi”.

A: “Non dimentichiamo i ‘Grandi giovanili’. Di sicuro la rubrica più divertente. Qui vengono immortalati personaggi che, pur avendo passato abbondantemente gli ‘anta’, ricorrono al giubbotto per mostrare quanto siano giovani, almeno dentro”.

F: “Mailbox GS, invece, raccoglie i contributi della community. Anche da chi ci segue sono arrivate chicche. Questa rubrica ci è utile anche per una sorta di ‘inner joke’. A volte inseriamo una foto di Gianni Morandi con un giubbotto indosso, fingendo che ce l’abbia mandata lui, con tanto di messaggio. C’è chi ci crede. Poi c’è il post motivazionale del fine settimana, ‘il sabato giubbottista’. E ci mancano tanto i sabati pre-pandemia fra ritrovi in piazza, concerti e feste per sfoggiare i nostri nuovi giubbotti”.

Cos’è un minimal?

A: “Il minimal è il ‘non giubbotto’. Come quando ti presenti a torso nudo con due strisce di cuoio addosso, come era solito fare Martin Gore dei Depeche Mode nei primi anni ’80. Se hai l’attitudine giusta, però, puoi trasformare in un giubbotto anche due strisce di cuoio o un paio di bretelle”.

Cosa pensate dell’unica sottocultura nata in Italia, quella dei paninari? Anche loro avevano molto cari i giubbotti…

A: “Dal punto di vista del ‘giubbottismo’ hanno dato tantissimo. Sono stati i primi in Italia a trasformare il giubbotto in un feticcio. Sono stati anche anticipatori di culture germogliate in altri paesi che sono sempre stati terreno più fertile su questo fronte, come l’Inghilterra”.

F: “In Italia non va dimenticato il contributo offerto dagli zarri negli anni ’90 al culto dei giubbotti. Penso all’Essenza, capo d’abbigliamento d’obbligo per chi frequentava le discoteche in quegli anni”.

Come definireste la mentalità giubbottista?

F: “L’importante non è solo l’abito che indossi, ma come lo indossi. Lo devi portare con orgoglio. Devi uscire e fare in modo che gli altri guardino te e il tuo giubbotto nuovo”.

A: “E’ una mentalità che ricalca quella dei paninari. Per noi loro sono un simbolo. Ci sentiamo un po’ i loro eredi, anche se a noi i giubbotti piacciono tutti”.

C’è qualcosa che potrebbe spingervi a chiudere la pagina?

D: “Non credo. Si creano situazioni sempre nuove. Ci sono un sacco di potenziali fonti d’ispirazione, qualche notizia che salta fuori. Basta stare attenti”.

F: “Per esempio di recente ci è venuta la fissa di Drew Pritchard, l’antiquario gallese protagonista della trasmissione tv ‘Chi cerca trova’ in onda su Discovery. Indossa sempre giubbotti sbalorditivi”.

Cosa significa “pompare un giubbotto” nel vostro gergo?

A: “Indossare il giubbotto con orgoglio e spavalderia. L’aveva usato Fabio in qualche didascalia e ci è piaciuto. Ora è divenuto un mantra. Anche perché pompare significa gonfiare. Anche metaforicamente ci sta bene”.

Ultima domanda: quali sono i vostri giubbotti preferiti?

A: “Abbiamo una passione comune per il modello camo che si trova in una nota catena di articoli sportivi a 29.90 euro”.

F: “Tutti e tre abbiamo nell’armadio almeno un harrington, il giubbino indossato da James Dean in ‘Gioventù bruciata’ che venne adottato da mods e skinhead negli anni ‘60”.

D: “Io ho sempre avuto un debole per il giubbotto di jeans con le toppe”.