Marvin Hagler
Marvin Hagler

Milano - Per lo stile della sua boxe lo chiamavano The Marvelous, “Il Meraviglioso”. Campione del mondo dei pesi medi dal 1980 al 1987, Marvin Nathaniel Hagler, nato a Newark, U.S.A., il 23 maggio 1954, da quasi 30 anni ha scelto l’Italia - in particolare Milano e hinterland - come seconda casa.
Parli un po’ delle sue origini, cresciuto solo da sua madre.
«La mia storia è probabilmente uguale a tante altre, ma sicuramente non ho avuto un’infanzia facile. Anche se preferisco non parlarne».
Perché la boxe è entrata nella sua vita?
«Non è entrata nella mia vita, l’ho cercata io, ero nato per fare la boxe».
Cosa le ha insegnato?
«Molte cose, ma mi ha anche indicato la strada per una vita migliore. Perché sono convinto che lo sport e la scuola siano la chiave del successo».
Per molti si tratta di violenza, per altri di Noble Art...
«Non c’è dubbio che il pugilato sia una Noble Art se lo fai nella maniera giusta con persone esperte... perché se vogliamo parlare di violenza, allora oggi ci sono altri sport molto più violenti».
Per molti la boxe è stata occasione di riscatto sociale.
«A me ha cambiato la vita, ma è uno sport che devi amare se vuoi farla seriamente».
Si dedica molto al sociale...
«Sono un membro della Laureus Sport for Good Foundation, un’organizzazione fantastica. Io già mi impegnavo nel sociale da più di 30 anni. Do borse di studio a ragazze madri, con il mio programma loro possono tornare a scuola al College per costruire un futuro migliore per se stesse e per i propri figli. Laureus con i suoi progetti inserisce i giovani nello sport togliendoli dalla strada. L’educazione scolastica e lo sport sono fondamentali per il futuro dei giovani».
Memorabili i suoi match con pugili come Hearns, Mugabi, Leonard... chi fu il più duro?
«Tutti erano forti, ognuno alla sua maniera: non è stato facile, a me davano solo e sempre i numeri uno! Ma devo dire che quello più forte sicuramente era... mia madre. Quando me le dava lei io non potevo reagire e quindi...».
Ha mai avuto paura sul ring?
«È normale avere paura quando sali sul ring, ogni volta è sempre come fosse la prima. E quando hai paura capisci che devi stare attento e concentrato, non puoi permetterti distrazioni sul ring».
Il suo rapporto con l’Italia?
«È un Paese bellissimo... Pat, il mio manager e Goody Petronelli, il mio allenatore, erano Italiani, ma non è stata la ragione per la quale sono venuto qui. Il regista Antonio Margheriti mi chiamò per fare Indio, un film di avventura, e così andai a Roma. Poi girammo Indio 2 fra Roma, le Filippine e Milano e da quel momento vado e vengo dall’Italia, mia moglie poi è italiana ma è una persona molto riservata quindi... non dico altro».
Come si trova da queste parti?
«Ho una casa in Italia dove vengo spesso, mi piace la gente, la vostra cultura, mi trovo bene con gli Italiani: hanno un grande cuore».
Segue anche il calcio?
«Sono americano ma anche se sono sempre in giro per il mondo qui vengo spesso così ho imparato ad amare anche il calcio: la mia squadra è la Sampdoria, non va tanto bene ma sono sicuro che si rialzerà presto... mai mollare!»
Oggi la boxe sembra non interessare più ai ragazzi?
«Chi lo ha detto? In Italia? In America il pugilato è uno sport che viene seguito allo stesso livello di tutti gli altri sport, la boxe non morirà mai».
Cinema e boxe: li ha vissuti entrambi, differenze?
«Il pugilato... è per davvero!»
Cosa rende felici sul ring?
«Fare il pugile è un lavoro, non è un divertimento. Sul ring non c’è tempo per lasciarsi andare alle emozioni, quando si sale sul quadrato ci sei solo tu e l’avversario... e se poi vinci, ecco: allora sei felice».
Fra poco sono 30 anni dal suo ritiro, dopo la controversa sconfitta contro Sugar Ray Leonard il 6 aprile 1987: le manca il ring? È sempre The Marvelous?
«Non riesco a credere che sono già passati quasi 30 anni. No, non mi manca il ring ma il pugilato rimarrà sempre nel mio cuore perché io amo la boxe. E sarò sempre Marvelous, perché il mio nome è per davvero Marvelous Marvin Hagler!».