Davide Van De Sfroos nella redazione de Il Giorno
Davide Van De Sfroos nella redazione de Il Giorno

Milano, 14 marzo 2019 - «È un piacere di questi tempi ritrovarsi davanti gente rilassata per quasi tre ore», diceva ieri Davide Van De Sfroos parlando in redazione al Giorno di “Tour De Nocc”, il giro di concerti che lo deposita stasera sul palco del Teatro Ciak di Milano, per poi proseguire il cammino domani all’Openjobmetis di Varese, il 22 a Como, il 23 a Mantova, il 30 a Casalmaggiore, il 6 aprile a Sondrio e il 16 ancora a Como. «Merito, forse della forma semplice ed efficace di prendere le canzoni, anche molto vecchie, e rileggerle in una versione veramente cool, chill-out - oserei dire - con sfumature jazz e un pochino swing. Questo grazie ad un quintetto molto affiatato».

C’è stata una parentesi d’inattività. Quando ha sentito il bisogno di riprendere la chitarra in mano?

«Mi sono preso un lungo momento sabbatico perché avevo bisogno di fare chiarezza in me stesso. Poi lo scorso aprile sono andato ad Auschwitz col Treno della Memoria e durante il viaggio la domanda è stata se avrei avuto la forza di tornare a suonare dopo aver visto i campi. La risposta è stata sì, per celebrare la vita, la libertà e la possibilità di avere ancora davanti una strada da percorrere. Ne è seguita un’estate di concerti e in autunno sono tornato in teatro per vestire le canzoni di nuovo».

Ma da dove arriva un titolo come “Tour De Nocc”?

«Il jazz è figlio delle ore piccole, così coi musicisti ci siamo visti operatori del “turno di notte” che riparano le emozioni della gente magari gustate dal logorio della giornata».

A proposito, cosa prova a cambiare veste alle canzoni?

«Ascolto musica di tutti i tipi. Forse sono poco ferrato solo sul samba e i tormentoni latini, ma il resto è pane quotidiano, a cominciare dal death metal scandinavo o la musica elettronica tedesca che nella mia giornata non mancano quasi mai. Ho, come tutti, i miei momenti; quello blues, quello psichedelico, quello prog, quello rock tamarro».

L’album “Synfuniia” l’ha messa a tu per tu con un’intera orchestra.

«Quattro anni fa quel disco ha provocato un certo trambusto tra i fan, timorosi della svolta; ma non è detto che se il mio mondo da osteria viene invitato a una cerimonia elegante e si metta una giacchetta nuova, stia male. Tanto due giorni dopo torna quello che era. Così è stato. Sono solo salutari boccate d’aria. “Io sono nato libero”, diceva un celebre album del Banco».

In quanto Davide di sfide a Golia ne ha lanciate diverse, basta pensare alla stessa “Synfuniia”, a Sanremo, ai concerti al Forum e quello a San Siro…

«Riempire due Forum sono state davvero sfide a Golia. E pure il Sanremo di Morandi mi ha costretto a vincere parecchie riserve, poi il 4° posto a sorpresa di “Yanez” mi ha ripagato del coraggio di aver detto sì. San Siro è stato un azzardo, non l’ho fatto pensando di riempirlo, ma solo di provare l’effetto che fa».

A proposito del Festival, mai avuta la tentazione di riprovarci?

«Oggi come oggi, potrebbe attrarmi l’idea di mischiare su quel palco la mia musica e il mio dialetto con quelli di qualcun altro. Quante volte suonando con Enzo Avitabile o con i Tazenda sono nate fusioni interessanti».

Tra romanzi e raccolte di versi ha dato alle stampe cinque esperienze librarie. L’ultima è “Ladri di foglie”. Ed ora?

«Ho pronto un volume di prosa poetica molto introspettivo intitolato “Taccuino d’ombre”. Cinquanta brani, uno distinto dall’altro, che uniti assieme formano un flusso di coscienza in stile beat-generation».