Milano, 8 luglio 2018 - Lui lo definisce un libro di storie grandiose. E la più monumentale di tutte si chiama Iron Maiden. Lui è Bruce Dickinson e il libro «A cosa serve questo pulsante?», autobiografia di un (ex) ragazzino che a scuola non ha mai superato gli esami di fisica ed è riuscito a passare quelli di matematica solo al terzo tentativo, ma oggi pilota i Boeing di linea e canta nella band inglese più famosa dell’empireo heavy metal. Un sognatore di Worksop, Nottinghamshire, a cui la voglia di volare ha portato in dono l’epopea di quella «bestia» che domani sera scatena la sua forza tellurica a San Siro, sul palco dell’Ippodromo del Galoppo, nella cornice del Milano Summer Festival. Partito in maggio da Tallin, il “Legacy Of The Beast World Tour” è legato a doppio filo con il videogioco omonimo, scaricabile su telefonino e tablet già dallo scorso anno. Il manager della band Rod Smallwood ne parla come di un «history / hits tour», vale a dire un giro di concerti celebrativo in cui trovano spazio tutte le pietre filosofali della «bestia» a cui Dickinson dà voce e rabbia con il granitico sostegno di Dave Murray, Janick Gers e Adrian Smith alle chitarre, Steve Harris al basso e Nicko McBrain alla batteria, fra i migliori professionisti in assoluto del rock d’oltre Manica. «Crediamo in quel che diciamo e facciamo questo mestiere con integrità, non siamo diventati famosi solo per la voglia di esserlo» assicura Dickinson, 59 anni e una laurea in storia, il cui ultimo approdo al Forum risale a due estati fa con quel The Book of Souls World Tour andato avanti per 117 sere con un incasso di oltre cento milioni di dollari. 

«Per non allentare  il legame con i fans, suoniamo almeno tre mesi l’anno in giro per il mondo, cercando di farlo al meglio delle nostre capacità; io, ad esempio, corro sul palco tutto il tempo e, alla fine, ho male dappertutto, ma se posso ancora farlo, perché rinunciarci? Stare sul palco è un’attività faticosa, ma carica di soddisfazioni, che ci riempie l’agenda di progetti da realizzare nei prossimi cinque o sei anni». Entrato in formazione nel 1981 grazie ad un’intuizione dello stesso Smallwood, che lo contattò al Festival di Reading dove si stava esibendo con i Samson, Bruce il primo show con Harris & Co. lo fece al palasport di Bologna. È poi rimasto con i Maiden dodici anni, prima di tentare l’avventura solista e tornare definitivamente nella band cinque anni dopo. Nell’autobiografia racconta pure del carcinoma a testa e gola con cui s’è trovato a lottare tre anni fa. «La malattia m’ha inevitabilmente cambiato, anche se non ho mai avuto la sensazione di poter morire da un momento all’altro, nemmeno per un secondo – assicura –. È quando ti trovi in certe situazioni, però, che premi il pulsante di riavvio, resetti il sistema e riparti». A San Siro gli Iron Maiden non saranno soli. L’apertura della serata è affidata, infatti, ai Tremonti, band del chitarrista degli Alter Bridge Mark Tremonti, oltre che ai Raven Edge di Dan Wright e George Harris (figlio di Steve).