Ezio Bosso
Ezio Bosso

Milano, 22 marzo 2019 - «Per me sono album, come quelli di fotografie», spiegava ieri Ezio Bosso in redazione al Giorno parlando di “The Roots (A Tale Sonata)”, lavoro di “radici” e quindi omaggio alle origini del suo desiderio di essere musicista così come il concerto che lo vede protagonista il 31 marzo alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano sul podio della StradivariFestival Chamber Orchestra. «L’ho intitolato “Radici” (una “sonata-racconto”) perché questo lavoro è innanzitutto una narrazione. La musica è trascendenza. E va capita attraverso il tempo, la geografia, lo spazio, i sentimenti, per questo dietro ad un album c’è sempre un percorso da seguire. Amo la nota pensata, che scrivi, interpreti, suoni. Mi piace studiare nel senso più leggero del termine. Proiettarmi in avanti. Beethoven, quindi uno molto più intelligente di me, diceva che non bisogna sempre guardare indietro per vedere il futuro. Dal canto mio sono convinto che l’ossessione del presente porti all’inaridimento delle nostre anime».

Col concetto che la musica è trascendenza ha pure iniziato l’applauditissimo discorso al Parlamento Europeo dello scorso anno.

«Non avevo preparato nulla. Dopo essere stato introdotto dall’eurodeputata Silvia Costa, mi sono ritrovato solo davanti alla sala e ho pensato di aggrapparmi alle cose in cui credo. Mi guardavo attorno vedevo persone che, come me, avevano forse bisogno di sentirsi dire che bisogna ascoltarsi. Eravamo lì a parlare di che cos’è la cultura del nostro continente, ho detto che è proprio la musica a definirci europei».

Basta, appunto, saper ascoltare.

«Ai miei musicisti lo ripeto spesso: si ascolta con gli occhi, si ascolta con il naso, col palato, col tatto. È bello essere un partitura, interpretarla, non solo eseguirla. E il miglior interprete è quello che non esiste, che scompare, dietro a quel che suona».

Anticipare la formazione musicale scolastica la trova d’accordo?

«I bambini sono molto più intelligenti di noi adulti, quindi bisogna puntare molto sull’ascolto perché hanno un’assimilazione velocissima. Basta fargli sentire “Pierino e il lupo”. L’ascolto, infatti, scatena stupore, curiosità, voglia di “metterci le mani”».

Cosa dirigeva da bambino nella sua cameretta?

«Un brano che non mi chiede di fare mai nessuno, i Preludi sinfonici di Liszt e la quinta Sinfonia di Beethoven».

Primo spartito acquistato?

«La Sonata n.14 “Al chiaro di luna” di Beethoven, che trovai su una bancarella per 2mila lire. Da allora la musica è diventata la mia compagna di vita; studio da quarant’anni, ma continuo a stupirmi, e a sentirmi piccolo, davanti ad una cosa grande».

Beethoven è protagonista pure del concerto alla Sala Verdi.

«Sì. Dirigerò l’Ouverture Leonore, il Triplo Concerto Op. 56 - che il compositore di Bonn chiamava la sua “sinfonina” perché è come se fosse una piccola sinfonia concertante - e la Quinta Sinfonia con Anna Tifu al violino, Enrico Dindo al violoncello ed Antonio Chen Guang al pianoforte».

Nell’album c’è pure un omaggio a John Cage.

«Si intitola “Dreaming tears in a crystal cage”. Quando avevo 11 anni, Cage, in visita al Conservatorio di Torino, fu il primo a dirmi “bravo”».