Alessandra Locatelli, comasca, 44 anni, leghista, è appena entrata nella Giunta lombarda
Alessandra Locatelli, comasca, 44 anni, leghista, è appena entrata nella Giunta lombarda

Milano, 12 gennaio 2021 - Da vicesindaco e assessore comunale di Como si è guadagnata la fama di sceriffa. Oltre alla delega alle Politiche sociali deteneva quella al Decoro urbano: un’accoppiata che già di per sé era tutto un programma, detto in senso letterale. Due anni di militanza nella Giunta della sua città, poi la promozione: il 5 luglio 2019 Alessandra Locatelli diventa ministro della Famiglia per poi restare deputata quando cadrà il Governo gialloverde. A chiamarla a Roma è quello stesso Matteo Salvini che ora, in un andirivieni tra la ribalta nazionale e quella locale, l’ha voluta come assessore in Lombardia affidandole le deleghe a Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità. Niente decoro urbano o affini, stavolta. Ma la fama da sceriffa resta, anzi la precede. Lei non se ne cura: «Io non cambio idea e cercherò di declinare su scala regionale l’esperienza maturata a Como». 

Locatelli, perché ha lasciato il Parlamento per la Regione?
«Vivo questo incarico come un onore perché la Lombardia è una potenza economica e sociale e come una responsabilità: io e la Giunta dovremo far ripartire la nostra regione non dal punto in cui si trovava prima che scoppiasse la pandemia ma dal punto in cui si è trovata a pandemia in corso. Intendo dire che dobbiamo ripartire dalle tante energie che la Lombardia è riuscita a sprigionare in questi mesi. Le energie delle famiglie, del volontariato, delle strutture sociosanitarie. Ora tutte queste energie devono essere valorizzate con misure concrete».

Ad esempio?
«Bisogna potenziare il sistema delle cure integrate domiciliari. In questi mesi i caregiver famigliari (chi si prende cura di un figlio o un genitore non autosufficiente ndr) hanno dovuto fare grandi sacrifici e si sono trovati spesso soli senza poter uscire di casa nemmeno per fare la spesa perché non c’erano altri che potessero prendersi cura del proprio caro. Voglio confrontarmi con le associazioni e con Letizia Moratti, che ha la delega al Welfare, per potenziare le cure domiciliari. Altro tema fondamentale è dare lavoro alle persone fragili in modo da includerle nelle loro comunità. Potenzieremo le strutture capaci di offrire spazio a queste persone».

È possibile una delibera che stabilizzi l’importo degli assegni riconosciuti ai caregiver senza che da un anno all’altro ci sia il rischio di tagli? Alcune associazioni chiedono una programmazione triennale.
«Credo sia meglio adottare un piano triennale perché darebbe certezze alle famiglie e permetterebbe alla Regione di ottimizzare le risorse. Sono disponibile a valutare questa possibilità».

La Regione in questi anni ha messo alla base delle sue politiche sociali il requisito degli anni di residenza in Lombardia, poi bollato come incostituzionale dai tribunali. Da qui la necessità di rivedere il welfare lombardo. Lei che farà?
«Sono una grande sostenitrice della necessità del requisito della cittadinanza e della residenza. Basta con requisiti rivolti solo a chi viene da fuori. Se vogliamo aiutare i lombardi ed evitare che le risorse pubbliche si perdano in mille rivoli, bisogna partire da cittadinanza e residenza. Farò approfondimenti per capire se e come questo requisito possa essere reintrodotto».

Il provvedimento d’esordio?
«Prima di tutto voglio convocare un tavolo con gli enti e le realtà con le quali dovrò confrontarmi come assessore in modo che tutti si sentano coinvolti nel raggiungimento degli obiettivi della Regione. Starò sul territorio, girerò molto la Lombardia».

Come si concilia la delega alla Solidarietà con la fama da sceriffa che la accompagna per le misure da lei prese contro i clochard a Como? Mi riferisco pure all’idea di sgomberare i senzatetto con le idropulitrici.
«La ringrazio per questa domanda perché mi da l’occasione di fare chiarezza. Io non ho mai fatto guerra ai nostri senzatetto né ai senzatetto stranieri con regolare permesso di soggiorno. Io mi sono opposta all’invasione di clandestini, che è diverso. Nel 2017 ho fatto quello che un assessore comunale può fare quando ha una città invasa da irregolari e un governo di sinistra che non controlla i flussi. In questi casi un assessore non può mandare i clandestini in dormitori pubblici perché sono, appunto, clandestini. Può solo adottare misure che scoraggino i bivacchi ricorrendo a motivi di decoro urbano e igiene pubblica. Le idropulitrici furono un espediente per scoraggiare la permanenza di clandestini sotto i portici di San Francesco e mantenere l’igiene, visto che lì sotto si faceva di tutto. Un modo per dare un riscontro alla città. Ma è chiaro che interventi di questo tipo non bastano».

Un approccio in linea con quello del suo leader Matteo Salvini: ci sono poveri e poveri?
«Mi si chiami pure sceriffo, io non cambio idea e cercherò di declinare su scala lombarda l’esperienza maturata a Como. Le assicuro che mi occuperò della grave marginalità, di chi è sotto la soglia di povertà, facendo una ricognizione delle misure adottate dai Comuni per capire se la Regione possa aggiungervi altro, se possa fare di più e meglio. La grave marginalità sarà una delle mie priorità».