Milano, 26 marzo 2012 - Marco Cacciotto, docente universitario e presidente Public strategie per il consenso, è l’organizzatore del seminario internazionale di marketing politico Next Politics, che ha visto riuniti alla Statale di Milano i maggiori esperti mondiali di comunicazione e strategie elettorali.

Professore, siamo alla vigilia delle amministrative. In tempi di anti-politica, come si devono presentare i candidati?
«Il meccanismo attivo ormai da anni è quello di descriversi come persone competenti della società civile, non come politici».

Come tecnici?
«No, quello fa pensare al professor Monti. Più come persone comuni, in contrapposizione al politico. C’è la corsa della maggior parte dei candidati a dire: guardate che io vivo di altro. Il partito non tira, la politica oggi ha una fiducia del cittadino che oscilla tra il 4 e l’8 per cento, una situazione esplosiva che ricorda quella prima di Tangentopoli, e non può durare a lungo».

Per questo a maggio vediamo un numero enorme di liste civiche.
«Certo, anche di liste civiche del candidato. Prendiamo il caso della lista Tosi avallata da Bossi. È la prima volta che la Lega Nord permette una personalizzazione di questo livello, anche se con una mediazione. Ancora una volta la personalizzazione è un valore aggiunto».

Quali sono le linee di tendenza della comunicazione politica internazionale emerse durante il seminario?
«Soprattutto la crescita continua dell’uso della digitalizzazione per la comunicazione politica, con una convergenza di strumenti: i nuovi formati della tv, i social network, tanti nuovi strumenti che portano a una enorme frammentazione degli elettori e alla necessità di comunicare sempre di più con messaggi personalizzati».

All’estero si riscontra il boom di Facebook come da noi?
«La campagna americana si sta combattendo su Twitter, con cento milioni di utenti. Noi siamo uno dei paesi che ha la maggiore diffusione di Facebook, ma siamo molto indietro come presenza on line dei cittadini: poco oltre il 50%, mentre l’Inghilterra è all’80%».

Al suo seminario ha partecipato anche Diego Ciulli, policy analyst di Google Italia.
«Google ha lanciato negli States servizi dedicati alla campagna elettorale che inizieranno presto in altri Paesi. Forse anche da noi, se riterranno maturo il nostro mercato. La nuova campagna di Obama, che promette di essere un caso da studio, ha un suo network che dovrebbe diventare il riferimento delle prossime campagne elettorali. Metà team del presidente americano lavora sulla comunicazione digitale, lui vuol essere il primo candidato digitale della storia. la sua agenzia sta lavorando in Francia per Hollande, ma anche Sarkozy studia le loro tecniche».

I manifesti elettorali?
«Restano, dopotutto siamo un Paese con una presenza di anziani enorme».

Da noi c’è qualche politico avanti sull’on line?
«Roberto Formigoni sta investendo molto in termini quantitativi, ma il risultato è controverso. Non sono convinto che quel tono ironico sia adatto né al suo ruolo né alla sua figura politica, però sicuramente lui è stato tra i primi».

Il tuo consiglio ai politici?
«Tutto cambia a una velocità impressionante, mentre la politica italiana viaggia a un ritmo ottocentesco, e la pazienza delle persone è sempre più ridotta. La politica, per riguadagnare la sua dignità, deve comunicare normalità e sacrifici. E dare risposte e soluzioni veloci».

di Rossella Minotti

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