Danilo Gallinari
Danilo Gallinari

Milano, 14 maggio 2020 - Un protagonista del nostro basket davvero a tutto campo, Danilo Gallinari è uno delle stelle conclamate degli Oklahoma City Thunder viaggiando a 19.2 punti di media, alle prese ora con i mille dubbi di una situazione di tempo sospeso che attanaglia l'Italia come gli Stati Uniti.

Come sta vivendo questi tempi?
"Ogni giorno ci svegliamo sperando di avere delle notizie ufficiali, che sia di una ripartenza o meno, ma c'è ancora poco in realtà, dunque bisogna tenersi in forma. Gli esercizi in casa li abbiamo praticamente finiti, stiamo aspettando che riapra il campo della società per riprendere la palla in mano il prima possibile".

Cosa ne dice di un'eventuale ripartenza della NBA?
"Se dovessi rispondere adesso direi che al momento non ci sono le condizioni. Se me lo si chiede tra un mese, magari la risposta potrà essere diversa"

Dove si è sentito maggiormanente valorizzato?
"A New York all'inizio c'era lo stereotipo che fossi praticamente solo un tiratore e mi avevano messo solo a tirare da 3 punti. Quando sono arrivato a Denver coach Karl aveva capito che potevo anche penetrare, fare qualcosa in più, è stata una gioia, ho iniziato ad espandere quella parte del gioco giocando, così, come piaceva a me. Poi nelle ultime due stagioni ovviamente ho avuto tante responsabilità".

Cosa ricorda di quella sera in cui fu scelto dai Knicks nel 2008?
“Una serata unica, come per tutti i ragazzi che hanno l'onore di essere scelti. Poi per me fu davvero un'esperienza ancor più irripetibile perché quando vieni chiamato da New York è tutto ancor più amplificato. Ho finito le interviste in notturna, sono arrivato a ristorante con la famiglia alle 2 di notte. Poi il giorno dopo avevo appuntamenti con coach D'Antoni e il GM Walsh, dunque praticamente non ho dormito per due giorni"

Quali saranno le sue priorità nel suo prossimo contratto in NBA?
"Penso che sia un momento della mia carriera in cui cercare di vincere qualcosa, in NBA bisogna valutare tutto e arrivano tante proposte, ma poter giocare per vincere qualcosa sicuramente può essere diverso rispetto ad un team che fa re-building".

Dal 2008 al 2020 ha vissuto la crescita degli "internationals", qual è la considerazione che hanno in NBA dei non americani?
Ora non ci sono più gli stereotipi degli europei come giocatori soft. Il numero è aumentato, c'è molto più rispetto e conoscenza a livello di scout. I team sono più preparati a livello mondiale, riescono a capire molto di più come dei giocatori potrebbero giocare in NBA, ci sono anche dei software apposta che riescono a rapportare il rendimento di un giocatore in base alle statistiche rispetto a quello che potrebbe fare negli USA".

E in questi anni quali sono i giocatori che l'hanno colpita di più?
"Beh, intanto Cris Paul è davvero fortissimo, come posso dire anche di Iguodala, mio compagno a Denver, un giocatore totale. Ai tempi di Denver c'era un giocatore come Ty Lawson che era fortissimo e velocissimo, adesso mi sembra che uno come Schroeder sia incredibile. Dopo Leonard è il two-way player più forte che c'è, l'unico giocatore NBA che pressa a tutto campo”.

Uno dei miti della NBA è quello del trash-talking, ci racconta un aneddoto in proposito?
“C'è in tutte le partite, per come sono fatto io non sono quello che comincia, ma se c'è gli vado dietro e rispondo. E' una parte simpatica, ci si prende molto in giro. Mi ricordo dei tempi di New York che i fans furono molto sorpresi quando risposi a Garnett che con Boston provava a mettermi “pressione”, ma io non ero di certo li per prenderle e non mi tirai indietro. Alla base di tutto c'è comunque tanto rispetto, quindi se poi si gioca insieme non ci sono mai strascichi particolari, si gioca per un obiettivo comune”.

Si parla tanto del miglioramento degli italiani, cosa deve fare un ragazzo che vuole fare il professionista?
"Non devono mancare le ore e il lavoro in palestra. Fa la differenza tra un mediocre e un vincente. Se vuoi fare qualcosa in più rispetto a quello che il talento ti ha donato non ci sono scorciatoie, il primo passo è stare in palestra".

Quanto le è servito far parte di una famiglia cestistica?
"Ovvio che mi ha certamente aiutato, ad esempio il fatto che papà Vittorio abbia vinto molto, anche se non ero ancora nato, ha certamente creato in famiglia una mentalità vincente e una cultura su quello sarebbe servito per raggiungere gli obiettivi"

E della nazionale cosa ci dice? A cosa si può puntare realmente?
"Io penso che questa squadra possa vincere almeno delle medaglia. Il gruppo si sta modificando, l'ambiente negli ultimi anni ha presentato comunque nazionali fortissime. Mi piacerebbe fare, come fatto negli ultimi anni in NBA, riuscire, partendo sottotraccia, a raggiungere risultati di prestigio. Per ora non siamo mai riusciti a superarci, dobbiamo riuscire ad essere una sorpresa".

C'è qualcosa che le manca del basket italiano?
"Mi manca sicuramente il modo di vivere la partita che si ha in Italia, quel tifo e quella passione che caratterizza tutti i palazzetti è qualcosa di bellissimo".

La sua ultima stagione a Milano fu incredibile, passando dall'ultimo posto fino alla conquista della qualificazione all'Eurolega. Cosa ricorda?
"Per come si sviluppò fu davvero incredibile, a inizio anno mi infortunai a Rieti e la squadra ebbe difficoltà, scivolammo all'ultimo posto e cambiammo allenatore. Dopo un po' riuscimmo a svoltare, mi ricordo in particolare una vittoria a Udine allo scadere con un mio tapin che cambiò qualcosa nel nostro modo di affrontare le trasferte. Riuscimmo a fare un recupero miracoloso, poi vincemmo il match decisivo per accedere all'Eurolega a Montegranaro in gara 5, un ricordo bellissimo"

Tante volte si è parlato di un suo ritorno a Milano per chiudere la carriera, come lo sogna?
“Mio papà ha vinto una Coppa Campioni, bisognerebbe almeno pareggiarlo (ride, ndr). Tornare e vincerne una sarebbe un bellissimo modo di ritirarsi. Mi immagino di tornare tra 5 anni e mi auguro che l'Olimpia, tra 5 anni, voglia ancora lottare per i massimi livelli europei, a me piacerebbe tantissimo".