Giuseppe Sala e il direttore de Il Giorno, Giancarlo Mazzuca. Visita al cantiere Expo
Giuseppe Sala e il direttore de Il Giorno, Giancarlo Mazzuca. Visita al cantiere Expo

Milano, 6 marzo 2015 - L’altoparlante sovrasta il brontolio di centinaia di motori. «Questo è un test di funzionamento», ripete in inglese una voce maschile. Furgoni, auto e ruspe viaggiano a passo d’uomo, il traffico è quello di un esodo d’agosto dei vecchi tempi. A cinquantasei giorni dal taglio del nastro, il cantiere di Expo è una cittadella da quattromila e più operai al giorno. Dagli intagliatori del Nepal, che stanno scolpendo a mano le colonne della loro pagoda, ai carpentieri del Padiglione Italia, impegnati a posare il cemento high-tech che conferirà al palazzo l’aspetto di una candida foresta. Ieri il direttore del «Giorno», Giancarlo Mazzuca, è stato guidato dal commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, in un sopralluogo sul sito di Rho.

A che punto siamo? Partiamo dai padiglioni che hanno già concluso l’edificio e sono agli allestimenti: la Repubblica Ceca, il Bahrain (che aspetta la primavera per piantare le palme), la Svizzera, l’Uruguay, l’Azerbaijan. L’Austria ha traslocato un bosco, il Vietnam è circondato di colonne di legno che diventeranno una giungla, l’Angola ha terminato di montare la sua maxi-scritta in 3D, la Bielorussia il suo mulino. Sono agli allestimenti anche i Cluster, i nove padiglioni tematici. Cacao, caffè, frutta, mare e isole o zone aride, per citarne alcuni. L’appalto da oltre 44 milioni di euro (diviso in tre lotti) è in dirittura d’arrivo. Sulle scatole specchiate del cluster del riso, ad esempio, già si riflette l’acqua delle vasche dove sarà piantata una risaia.

Si lavora sotto le cupole del Padiglione Zero, che accoglierà la mostra simbolo sul rapporto tra uomo e cibo nella storia. Al gemello Expo centre (il palazzo dei congressi) manca la facciata di vetro rivolta verso il Decumano, il viale che raccorda da ovest a est il sito. I suoi 1,5 chilometri di lunghezza, coperti con un sistema di vele, sono disseminati di macchine e mezzi parcheggiati al centro. Sfreccia un’auto, qualcuno risponde con un clacson come a dire «rallenta», perché dentro Expo non si possono superare i 15 chilometri all’ora. Una pattuglia di vigili prende le targhe di chi sgarra. Dai camion si scaricano i pezzi prefabbricati di questi giganteschi Lego che sono i padiglioni. Impalcature ingombrano ancora la facciata del faraonico palazzo della Cina. È in piedi l’anima di acciaio di quello dell’Argentina. In fondo alla classifica delle costruzioni ci sono Ecuador e Turchia. E l’Olanda, che ha aderito a dicembre e da poco preso possesso del suo lotto. Di pezzi ne mancano ancora e dove si può, si semplifica. L’obiettivo di Expo è di avere almeno le strutture pronte per il primo maggio, lasciando indietro le finiture. Ma non gli extracosti, da definire per quella data.

Posati fuori dal Padiglione Italia ci sono grandi archi in legno. È completato il rivestimento esterno in cemento della facciata ovest, ora si passa a quella sud. Di fronte troneggia la mole dell’Albero della vita, l’ombra si allunga sul Cardo. «Le aree dell’Unione europea e del Vinitaly hanno recuperato – spiega Sala –, sono più indietro quelle a sud, dove andranno le Regioni e alcune aziende». Riflettori accesi, perciò, perché quei palazzi sono il benvenuto per i turisti che arriveranno dal parcheggio dei pullman. Questione di giorni e si installano anche i tornelli. luca.zorloni@ilgiorno.net