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6 dic 2021

Associazioni di volontariato, in arrivo obblighi sulla partita Iva

Il Senato inserisce nel Decreto Fiscale nuova burocrazia per il terzo settore, che si ribella e chiede il dietrofront

giambattista anastasio
Economia
Volontariato
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Sembrava finita un anno fa, invece finita non è: il Decreto Fiscale appena approvato dal Senato, e collegato alla Legge di Bilancio 2022, prevede infatti di assoggettare all’Iva alcune attività svolte dalle associazioni di volontariato trasformandole da attività escluse dall’imposta ad attività esenti dalla stessa. Il risultato è che, nonostante l’esenzione, le associazioni di volontariato dovrebbero comunque far fronte ad una serie di obblighi che oggi non hanno: non solo aprire una partita Iva ma anche fatturare e registrare operazioni che attualmente non contabilizzano perché le loro attività non sono di natura commerciale.

Della serie “a volte ritornano“: già l’anno scorso si tentò di introdurre questa norma e fu necessario un emendamento soppressivo, allora presentato dal Pd, per evitare che diventasse legge. Se quest’anno dovesse andare diversamente, sarebbe un colpo di non poco conto per le 53mila associazioni di volontariato della Lombardia, prima regione in Italia per numero di sodalizi – il 16% di quelle presenti in tutto il Paese – e per numero di volontari, circa 1 milione, secondo gli ultimi dati dell’Istat. Da qui la protesta (ri)sollevata dal mondo del terzo settore in attesa che la norma passi all’esame della Camera dei Deputati, il prossimo 20 dicembre.

Nel dettaglio, la norma approvata al Senato prevede di considerare come commerciali alcune attività attualmente escluse quali in sintesi: la somministrazione di alimenti e bevande nelle sedi delle associazioni o in spacci annessi ai circoli di enti con finalità assistenziali nonché i beni, le pubblicazioni o i servizi ceduti o resi ai soci e ai partecipanti dell’associazione dietro pagamento. Queste attività, una volta approvata la norma, passerebbero dall’essere esclude dal regime dell’Iva ad esserne esenti, come detto, con la conseguenza che le associazioni dovranno far fronte ad una serie di adempimenti finora sconosciuti: aprire la partita Iva, fatturare e registrare ogni operazione anche se non esercitano alcuna attività che si configuri come pienamente commerciale.

Si determinerebbe, poi, un effetto collaterale decisamente poco auspicabile per le società sportive dilettantistiche senza scopo di lucro che, qualora sia definitivamente approvata la norma, sarebbero paradossalmente escluse dall’esenzione perché questa varrebbe per le associazioni. Un pasticcio contro il quale si è levata la voce del terzo settore. "Sembra una piccola variazione, neutra economicamente, ma che invece comporta costi di tenuta della contabilità Iva, oneri e ulteriori adempimenti burocratici – sottolinea Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum del Terzo Settore –. Provvedimenti come questo producono grande delusione. Esattamente un anno fa ci siamo battuti perché nella formulazione della legge di Bilancio era stato inserito questo stesso provvedimento, poi fortunatamente espunto. Dopo un anno, ci troviamo al punto di partenza". Quindi ecco la nota delle Acli (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani): "Davvero incomprensibile che un emendamento del genere sia approvato mentre, con una decisa e forte collaborazione coordinata dal Ministero del Lavoro, si è definito un testo per correggere la parte fiscale della riforma del Terzo settore. Lo stesso Governo, per altri lidi, dà il suo assenso ad un emendamento per imporre il regime Iva su tutti gli enti di Terzo settore, che nella grande maggioranza dei casi è composto di piccoli gruppi e associazioni non commerciali. Siamo basiti".

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