Musical “We Will Rock You’’
Musical “We Will Rock You’’

Milano, 31 gennaio 2019 - E' Queen Mania. Con il film “Bohemian Rhapsody’’ e con il musical “We Will Rock You’’ – da stasera al 17 febbraio in scena a Milano al Teatro Ciak di viale Puglie – in molti hanno scoperto o riscoperto la band inglese capeggiata da Freddie Mercury. Non è il caso di Claudio Trotta, produttore del musical e fondatore della Barley Arts: Trotta è stato il primo a portare “We Will Rock You’’ in Italia nel 2009.

Trotta, dieci anni dopo quel debutto, come vive questa Queen Mania?

«La vivo con soddisfazione. Le nuove generazioni hanno scoperto la musica dei Queen. Il film ha avuto un grandissimo successo in Italia. Il musical miete ovunque enormi consensi sia di critica che di pubblico. In teatro per “We Will Rock You’’ c’è un pubblico trasversale che va dai bambini agli anziani. E a Milano l’allestimento è ancora più grande rispetto a quello delle altre città: l’impianto audio è più potente, i ballerini sono più numerosi e l’impianto scenico è più ampio. Ringrazio il Teatro Ciak per l’opportunità».

Questo musical non è una replica dello spettacolo originale nato nel 2002 e sbarcato in Italia nel 2009. Lei ha curato la revisione dei testi dei dialoghi insieme a Michaela Berlini e Valentina Ferrari. Quali sono le principali differenze rispetto ai testi originali?

«Questo è uno spettacolo che sento mio. Abbiamo deciso di rimettere mano al testo, ampliandolo e aggiornandolo. La storia si svolge tra 300 anni, ma parla di temi attualissimi: l’abuso di posizioni dominanti da parte di una multinazionale (chiaro il riferimento alla battaglia contro il secondary ticketing, ndr), il bullismo, la dipendenza dalla televisione, dagli smart phone e dalla realtà virtuale, la distruzione della Madre Terra. È uno spettacolo che fa ridere, fa sognare, parla dell’amore tra i protagonisti Galileo e Scaramouche, ma fa pure riflettere sul mondo in cui viviamo».

Sul fronte musicale, le canzoni dei Queen che tipo di insegnamenti possono lasciare ai musicisti e ai fan più giovani?

«La musica dei Queen insegna che se componi una melodia che ha forza, quella melodia diventerà un patrimonio dell’umanità. Insegna che la complessità e l’orecchiabilità di un brano non sono necessariamente in contraddizione: “Bohemian Rhapsody’’, ad esempio, è una canzone popolare ma estremamente complessa. I Queen ci insegnano che non bisogna fossilizzarsi su un unico genere musicale: le loro canzoni sono rock, funk, soul, dance... L’importante è saper comporre “canzoni’’, al di là del genere musicale».

Lei ha conosciuto e lavorato insieme a Brian May e Roger Taylor, chitarrista e batterista dei Queen. Come valuta la loro scelta di andare avanti con il gruppo anche dopo la morte di Mercury?

«Dopo i concerti dei Queen al Palazzetto dello Sport di San Siro crollato nel 1985, ho organizzato sempre io con Barley Arts gli show italiani della band inglese. Ritengo che la scelta di May e Taylor di far vivere i Queen sia del tutto legittima, così come quella di John Deacon (il bassista originale del gruppo, ndr) di starsene a casa. I due cantanti scelti per sostituire Mercury, cioè Paul Rodgers e Adam Lambert, sono grandi artisti».

Ma Mercury l’ha mai visto di persona?

«Nel mio libro “No Pasta No Show’’ ho raccontato di aver visto Freddie da vicino e scrivo che mi è sembrato “un uomo del Sud’’ più che una star internazionale. Ma in realtà, nella prima versione del libro, avevo scritto che Mercury mi era sembrato “un carabiniere di Aci Trezza’’. L’editor mi ha fatto togliere il passaggio. Ma io non volevo offendere nessuno. Da vicino mi è sembrato proprio un carabiniere di Aci Trezza».