Vinicio Capossela (foto Simone Cecchetti)
Vinicio Capossela (foto Simone Cecchetti)

Milano, 14 febbraio 2020 - L’apertura di credito che Vinicio Capossela incassa ad ogni nuovo progetto gli consente perfino d’incrociare i mondi lontanissimi di Young Signorino, come accaduto nel singolo “+Peste”, senza temere il linciaggio dai fans più ortodossi. Ma tra i solchi della nuova fatica “Bestiario d’amore”, da oggi sul mercato, il “cantautore mannaro” che affiora dagli anfratti più reconditi della Cúpa per dispensare motti e parole di verità scioglie le briglie al minnesänger che è in lui usando la metafora zoologica dell’ultimo album “Ballate per uomini e bestie” per unire come un trovatore trecentesco “minne”, amore, e “sang”, canto. Il risultato sono quattro brani d’ambientazione trobadorica figli dello stesso processo creativo di “Ballate per uomini e bestie”, raccolti in un ep che Capossla dà alle stampe il giorno di San Valentino per accompagnare il tour teatrale con cui debutta proprio oggi alla Union Chapel di Londra per poi planare il 28 e 29 febbraio al Bibiena di Mantova e dal 10 al 16 marzo, per sette notti di filato, ai Filodrammatici di Milano.

Vinicio, perché ha sentito di dare alle stampe questa “appendice” al repertorio di “Ballate per uomini e bestie”?
"Perché ha una vita a sé stante. Tutti e quattro i pezzi prendono ispirazione dal componimento letterario di un erudito del 1200, Richart de Fornival; a differenza degli altri bestiari, in cui gli animali erano usati in maniera simbolica per esprimere concetti morali e teologici, il suo usa tutto questo patrimonio culturale per scrivere una lettera ‘di resa’ all’amore, un ‘estremo bando’ che utilizza le fiere per dare forma ai sentimenti".

Nella sua discografia l’impatto zoologico è sempre forte.
"Da ‘Il ballo di San Vito’ in poi le mie canzoni si sono popolate di animali perché il ricorso alla fiera, l’umanizzazione della bestia (e a volte la bestializzazione dell’uomo, ndr), amplia le possibilità d’espressione, consentendone un uso sia simbolico che allegorico. In questo disco gli amanti diventano scimmie, corvi e altro; un modo fantasioso per descrivere la commedia umana attivata dall’amore".

Come ha scoperto il mondo musicale medievale?
"Grazie al liutista Peppe Frana, che collabora con formazioni specializzate nel genere quali l’Ensemble Micrologus, coautore di un pezzo in questo ep intitolato ‘La lodoletta’. Anche se il suo è un lavoro filologico, mentre io la uso in forma evocativa".

Com’è lo spettacolo?
"Per i concerti ho in animo di seguire un doppio binario: quello dei teatri particolarmente raccolti come i Filodrammatici, in cui esibirmi da solo al piano con le colorazioni di strumenti inconsistenti (teremin ed altro) ad opera di Vincenzo Vasi; quello di spazi più grandi con l’orchestra sinfonica. Nell’un caso privilegio l’intimità, nell’altro lo spirito d’insieme con cui sono nate pure le canzoni del disco. Il ‘Bestiario d’amore’ è una cornice da riempire col mio repertorio, che quanto ad amore e a bestie non si fa mancare nulla. Un concerto pure antologico nel trentennale del mio primo album ‘All’una e trentacinque circa’".

Chiuso il discorso sulla peste?
"Direi proprio di no, perché è in epoca di pestilenza che, riprendendo la scuola del Boccaccio, sentiamo il bisogno di cantare d’amore. Lo vediamo nelle cronache di oggi: il coronavirus sta mettendo in moto i meccanismi della pestilenza, a cominciare dalla distruzione delle relazioni, a cui facevo riferimento nel mio album col pensiero a Manzoni. L’amore diventa un antidoto".

Ed ora?
"Visto che ho raccontato la peste ed è scoppiata un’epidemia in corso, voglio rivolgere la mia attenzione al Rinascimento sperando nell’arrivo di una nuova era".