Federico Zampaglione, anima dei Tiromancino
Federico Zampaglione, anima dei Tiromancino

Milano, 3 febbraio 2019 - La fluidità con cui sere fa Federico Zampaglione ha regalato ai fans torinesi una eccitata versione di «Brothers in arms» dei Dire Straits per omaggiare il Giorno della Memoria, mette l’accento sull’anima rock-blues che fa da sfondo al ritorno dei Tiromancino a Milano. L’appuntamento con la band romana, in inedita versione orchestrale, è per questa sera agli Arcimboldi. E la presenza nell’ultimo album «Fino a qui» di ospiti come Jovanotti, Fabri Fibra, Calcutta, TheGiornalisti, Elisa, Tiziano Ferro, Alessandra Amoroso, non chiude la porta a sorprese dell’ultimo momento. Sembra infatti che sul palco con Zampaglione ci saranno anche Jovanotti e Fabri Fibra. Nell’attesa di replicare lo show pure al Ponchielli di Cremona il 1 marzo, Zampaglione, Francesco «Ciccio» Stoia, basso, Antonio Marcucci, chitarra elettrica, Marco Pisanelli, batteria, e Fabio Verdini, pianoforte e tastiere, si presentano al pubblico della Bicocca affiancati dai 18 elementi dell’Ensemble Symphony Orchestra diretti da Giacomo Loprieno.

Federico, lei l’orchestra in studio l’ha sempre usata, ora però la porta pure sul palco.

«Ci sono voluti tre mesi di duro lavoro per armonizzare il suono di 23 elementi; per fortuna l’opera di scrittura è stata fatto molto bene e, in fase di prova, tutto è filato via liscio. Non vi aspettate però un’esibizione ingessata, classicheggiante, perché il nostro è un concerto molto suonato e ritmato, che si conclude puntualmente col pubblico assembrato sotto al palco a cantare e ballare».

Non è facile incrociare produzioni italiane così.

«Di questo ringrazio il mio agente Maurizio Salvadori che una visione del progetto proiettata al futuro e ha voluto investire nella produzione anche in tempi, come questi, caratterizzati dalla tendenza ad avere il massimo profitto col minimo della spesa».

Ci sono brani che in questa nuova chiave l’hanno sorpresa?

«Quando suoni con l’orchestra, la cosa più complicata, e delicata, è quella di creare delle dinamiche. Se tutti suonano tutto, si innalza un muro di suono e basta; meglio utilizzare i musicisti con parsimonia, spesso a sezioni. In ‘Muovo le ali di nuovo’, ad esempio ci sono solo i fiati, mentre in ‘Liberi’ ci sono tutti, compreso il vibrafono. Passiamo dal rock all’elettronica, da momenti dub, quasi reggaeggianti, a ballate rarefatte segna tralasciare echi blues qua e là. Insomma, un’esperienza musicale completa, messa in piedi con tanto studio e lunga preparazione».

Qual è il pezzo in cui l’Ensemble Symphony suona più classica?

«Probabilmente ‘Due destini’, ma già ne ‘La descrizione di un attimo’ io passo al mandolino sprofondando il palco assieme al violinista Attila Simon in un’atmosfera formato Nashville».

In repertorio c’è pure «Un tempo piccolo» di Califano.

«Quel pezzo stava in un album, ‘Non escludo il ritorno’, a cui avevo partecipato pure io. Scomparso dalla circolazione troppo presto, mi venne l’idea di rifarlo, di dargli una nuova chance, cambiando qualcosa rispetto al testo di Franco. Intuizione azzeccata perché poi è diventato un successone e, proprio per questo, in ‘Fino a qui’ ho voluto ricantarlo con Biagio Antonacci».