Simone Cristicchi a teatro
Simone Cristicchi a teatro

Milano, 19 febbraio 2019 - È di nuovo tempo di teatro. Come fosse una boccata d’ossigeno, dopo il grande carrozzone di Sanremo, le polemiche sulla giuria di qualità, la delusione di non ripetere la vittoria del 2007. Dal 25 al 27 febbraio al Manzoni, Simone Cristicchi torna sul palco con un monologo: “Manuale di volo per uomo”, scritto con Gabriele Ortenzi per la regia di Antonio Calenda. Una parabola umana. Umanissima. Su un quarantenne in crisi, lo stupore dei bambini, il potere dell’arte (della bellezza). Che rimargina le ferite. E ti salva la vita.

Cristicchi, cosa racconta nello spettacolo?

«La trasformazione di una ferita in qualcosa di bello. È l’arte che si fa strumento di sublimazione del dolore. Il protagonista Raffaello è un uomo problematico, che ha vissuto nella solitudine. E che di fronte allo choc di vedere sua madre morente in un letto, inizia a raccontarle la sua vita».

C’è qualcosa di autobiografico?

«È senza dubbio uno spettacolo autobiografico. Ho perso mio padre a 12 anni, all’epoca reagii chiudendomi in me stesso, passavo le giornata in camera disegnando in maniera compulsiva. Sfogliando quei vecchi quaderni, è evidente che avevo costruito una realtà fittizia, alla ricerca di uno spazio che mi facesse stare bene. L’arte ha permesso di superare tutto questo. E ancor più la musica quando iniziai a suonare la chitarra a 15 anni. I primi concerti sono stati dei piccoli passi di avvicinamento al mondo: in un pub, a un compleanno, alla festa del quartiere».

Quando arriva al teatro?

«Nel 2010, piuttosto tardi, dopo un primo tentativo con il teatro-canzone alla Gaber. Ero rimasto affascinato da Gigi Proietti e con una certa ingenuità ci volli provare, senza studi o preparazione. Mi hanno insegnato tanto i registi con cui ho lavorato, a partire da Alessandro Benvenuti. Ora faccio 140 repliche all’anno». 

Dal 2017 è anche direttore dello Stabile d’Abruzzo

«Sono felice di riuscire a produrre spettacoli e di fare un piccolo cartellone di 11 titoli, non pochi a L’Aquila dove siamo ancora senza teatro. Vivo l’incarico con il dovere di cercare nuovi talenti».

Ma com’è l’Italia che vede dal palco?

«La mia è una visione privilegiata, il teatro è un mondo che si interroga e così sono le persone che lo scelgono. È quindi una visione di speranza, l’Italia è ancora viva».

Perché la polemica con la giuria di Sanremo?

«All’inizio del Festival mi davano ultimo. A metà dovevo vincere. Venerdì il podio sembrava assicurato. Poi mi sono ritrovato quinto, dodicesimo per la giuria di qualità, per altro composta da persone che ho frequentato e che conoscono bene il mio lavoro. È strano che si sia voluto ribaltare in questo modo le chiare indicazioni delle altre giurie. Comunque Sanremo è un gioco, di cui accetti anche le assurdità. E poi io vivo a teatro, posso permettermi di dire la mia senza troppi problemi. Sono felice dei prestigiosi premi che mi sono stati assegnati e di come la canzone stia arrivando a un pubblico trasversale. Per altro l’avevo scritta per lo spettacolo, al Manzoni la farò sicuramente».

Le piace Mahmood?

«Mi piace la sua voce, quando canta sento qualcosa di nuovo. E poi è un bel personaggio, ha carisma. La canzone invece non è il mio genere».

Prossimi progetti?

«Voglio finire di realizzare “Happiness”, il documentario in cui ho intervistato più di un centinaio di persone sul tema della ricerca delle felicità. Lo proietterò in anteprima al termine dello spettacolo. Ma ho ancora la speranza di arrivare a Papa Francesco. Incontrandolo gli avevo strappato la promessa di un’intervista, la sua presenza darebbe tantissimo al progetto».