Sergio Muñiz
Sergio Muñiz

Milano, 7 dicembre 2018 - Dalle spiagge caraibiche della Repubblica Dominicana alle brezze ioniche di Kalokairi, dalla popolarità televisiva dell’“Isola dei famosi” al groviglio di sentimenti di “Mamma mia!”. Sergio Muñiz torna a Milano con il cast di soliti noti messo insieme dal regista Massimo Romeo Piparo per la sua versione kolossal del musical degli Abba in scena agli Arcimboldi da mercoledì prossimo al 6 gennaio. Per poi passare all’Openjobmetis di Varese il 12 e 13 gennaio e al Creberg di Bergamo il 16 e 17 febbraio. In scena, il cantante e attore di Bilbao, 43 anni, recita il popolare testo cucito da Benny Andersson e Björn Ulvaeus attorno alle proprie hit assieme a Luca Ward, Paolo Conticini, Sabrina Marciano, Elisabetta Tulli, Jacopo Sarno, Laura Di Mauro ed Eleonora Facchini. Creato originariamente da Judy Craymer, il libretto porta invece la firma di Catherine Johnson, mentre la direzione musicale è di Emanuele Friello. Sergio canta gli Abba, ma intanto sogna Muñiz. «Sto lavorando da un anno e mezzo ad un album di canzoni mie - spiega -. Aspetto a pubblicarlo perché sono convinto di tre canzoni su dieci, ma voglio diventarlo pure delle altre. Lo definirei un disco di pop-rock etnico, anche se io vengo dal punk e oggi mi piace l’indie di gente come gli australiani John Butler Trio o il rock di gruppi spagnoli come Fito & Fitipaldis, ma anche Vinicio Capossela. Non disdegno niente».

“Mamma mia!” è il suo terzo musical.

«La mia prima esperienza nel musical è stata con “Full Monty”. E l’ho fatta con Piparo. Poi ne ho fatto un altro, “La via del successo”, ispirato alle canzoni delle Supremes in cui, per fortuna, non cantavo molto. Farlo al fianco di una grandissima interprete come Amii Stewart, infatti, non sarebbe stato facilissimo».

Ma a lei gli Abba piacciono?

«Assolutamente sì. Ho tanti amici che ascoltano rock e altre musiche, ma nessuno disdegna il quartetto svedese. Anzi, quasi tutti confessano di tenere almeno due o tre canzoni loro nella propria playlist. Mia figlia ha dieci anni eppure le piacciono tanto. È una musica obiettivamente bella».

È uno di quei lavori in cui il film è arrivato a capitalizzare il successo del musical.

«Andersson e Ulvaeus hanno creato questo musical partendo dalle 24 canzoni. Ecco perché noi le abbiamo tradotte. Per farle capire bene, visto che la storia si sviluppa attraverso i testi dei singoli brani. Per goderti un’opera devi sederti a teatro già sapendo la storia, mentre qui la capisci momento dopo momento. Non è scontato che l’inglese vada d’accordo con la lingua italiana, ma la traduzione di Piparo è riuscita nell’intento».

L’aveva mai visto a teatro?

«No. L’avevo visto al cinema, anche se lì le immagini aiutano molto e c’è bisogno di un po’ meno testo. Quindi il ritmo è un po’ meno intenso di quello teatrale, che è molto incalzante».

Ha visto pure il secondo capitolo cinematografico?

«Sì, anche se più che un sequel è un prequel. Mi ha sorpreso, perché non sapevo che la storia, invece di andare avanti rispetto al primo film, sarebbe tornata indietro. E poi i produttori avevano assi nella manica non da poco, come Andy Garcia e Cher, che per il ruolo di Ruby Sheridan era semplicemente perfetta».

E lei con i suoi compagni come si trova?

«Sul palco siamo come nella vita; molto diversi. Ma tra le nostre diversità abbiamo trovato un equilibrio e la nostra è diventata una solida sedia su tre gambe che però sta bene in piedi».