Niccolò Fabi
Niccolò Fabi

Milano, 1 dicembre 2019 - Il contrasto cromatico tra il rosso della balaustra e verdeblu del pavimento scrostato dalla salsedine del faro di Beira, in Mozambico, messo da Niccolò Fabi sulla copertina dell’ultimo album “Tradizione e tradimento” offre un po’ la gradazione sentimentale pure dello spettacolo con cui il cantautore romano torna a raccontarsi domani sera al popolo degli Arcimboldi. Con gli impeti folk e i languori esistenziali di un animo errante in cerca di risposte.

Niccolò, è stata dura tornare sulla strada dopo il successo di “Una somma di piccole cose”?
«Dopo aver suonato in quel Palaeur dove avevo applaudito i Police e Bob Dylan, cosa potevo pretendere di più? Non riuscivo a capire se ci sarebbe stato un capitolo successivo e tantomeno quale sarebbe stato. Così per tutto il 2018 ho lasciato la chitarra nella custodia dedicandomi ad altro, alla famiglia, alla ristrutturazione della casa in campagna, allo yoga, agli amici. Ma venticinque anni di palcoscenico alle spalle non potevano lasciarmi oltre senza lo stimolo e l’energia che ti dà quel tipo di vita. Così ho dato alle stampe un disco ed ora sono nuovamente in tour».

Lo show è focalizzato sugli ultimi due album?
«Sapevo che non avrei potuto fare a meno di mettere 5-6 canzoni di “Una somma di piccole cose”, anche perché c’è una parte del pubblico che s’è aggiunto grazie proprio a quel disco. Queste, aggiunte ad almeno 6-7 del nuovo album andavano quanto a durata già oltre metà dello spettacolo. Così sono andato a cercare tra i pezzi del passato quelli che si integravano meglio con l’atmosfera onirica, sognante, che tiene i fili del concerto. Ed è ovvio che le canzoni più “disinvolte” della mia discografia facessero un po’ fatica ad entrare in questo sogno».

Dai suoi compagni di strada cosa s’aspetta?
«Sul palco con me ci sono Pier Cortese, Roberto Angelini e Alberto Bianco. Il mio è un materiale talmente emotivo che il valore aggiunto del rapporto umano che c’è fra di noi è infinitamente più grande della precisione “tecnica”. Anche se col tempo siamo diventati tutti più bravi, infatti, nasciamo tutti e quattro cantautori, non strumentisti».

L’anno prossimo arriverà pure l’Europa.
«Ci sono già stato sia da solo che in trio con Silvestri e Gazzé. Certe esperienze ti regalano uno scambio emotivo meraviglioso».

Che attese ha?
«Suonare all’estero ti consente di cambiare ottica e prospettiva. Quella frase “siete la parte dell’Italia che ci manca di più”, ascoltata ai tempi del Trio non ricordo più se a Berlino o ad Amsterdam, mi riempie ancora d’orgoglio perché in quel momento per me significò essere una lingua e una cultura, non solo un dispensatore di momenti piacevoli».

Soddisfatto della risposta del pubblico al repertorio di “Tradizione e tradimento”?
«C’è ancora lavoro da fare. Al momento è solo un disco di buone canzoni accettate con entusiasmo, ma non ancora paragonabili alle altre, perché troppo giovani. La musica deve, infatti, attraversare la vita delle persone per diventare qualcosa d’importante».